Vito Mancuso e la via della Bellezza

Mai come in questo periodo la bellezza è diventata una necessità. In politica si sono inventati un assessorato dedicato alla bellezza. La troviamo in ogni messaggio salvifico di speranza come fosse una nuova religione. Anche per Vito Mancuso l’unica via di salvezza è la bellezza. Scrive il teologo nel suo libro La via della bellezza presentato a Montefano nel Centro Studi Biblici G. Vannucci “la bellezza è la via verso la verità della vita. O, detto in altri termini, che la vita è un viaggio la cui meta è la verità e la cui via maestra è la bellezza” (p. 147)

L’autore sembra prendere spunto da un argomento proposto da Giuseppa Crimì in un convegno organizzato dalla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce nel febbraio del 2015, che ha come titolo lo stesso del libro, in cui si puntualizza la necessità di educare alla bellezza, l’unico valore in grado di tendere l’intelletto verso il vero e la volontà verso il bene. Quale tipo di bellezza ci salverà? Mancuso individua nella Natura, nell’Umanità e nell’Arte le tre principali sorgenti della bellezza. “Più siamo in contatto con la natura e più siamo in contatto con la bellezza. Pensate al mare, ad un tramonto o a un cielo stellato.” E poi ancora “Bellezza umana come produzione della natura che si estende alla coscienza e che vuol dire sapere e rettitudine, intelligenza e giustizia. Una bella persona è una grande rivelazione dell’essere. Pensiamo a Borsellino, a Falcone e alla loro bellezza morale.”  Viene in mente il tizio del film “La Haine” che cade dal cinquantesimo piano e che, man mano che cade, si ripete senza sosta per rassicurarsi. “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui… tutto bene.” Ma l’importante non è la caduta. È l’atterraggio. E’ la storia di una società che cade e che ancora non è atterrata. Ci sarà la bellezza a salvarla?

Dunque che cos’è la bellezza? Prima l’intuizione di Dostoevskij e poi la riflessione di Hillman, ci ricordano che essa è indefinibile. Per lo scrittore russo è qualcosa di terribile e pauroso perché non si può definire, per il filosofo statunitense “è sempre rimasta indefinibile perché porta una testimonianza sensibile di ciò che al di là dell’umana comprensione è fondamentale” (da Politica della bellezza, 1999).

Il bravo predicatore continua a farcire il suo discorso con ovvietà e citazioni provenienti dal mondo della filosofia, teologia e letteratura, ma non riesce a riscattarsi con qualcosa di originale, di non scontato. Inciampa sull’arte contemporanea colpevole, secondo lui, di non comunicare più la bellezza. A sostegno di tale affermazione l’autore ricorre ad O. Wilde: “L’artista è il creatore di cose belle”. Ennesima citazione che rende il suo ragionamento ancora più banale. Mancuso non accetta l’idea che con l’arte moderna e contemporanea è venuto meno l’ideale della perfezione classica messa in discussione già nella filosofia estetica ottocentesca e, in modo ancora più definitivo, nel Novecento quando con le avanguardie storiche l’artista inizia a dare valore al pensiero che precede l’atto creativo. Cerca, anzi, vuole capire cos’è la bellezza interpellando Marina Abramovic, un mito dell’arte contemporanea. Racconta del loro incontro alla Strozzina di Firenze in occasione della mostra The Cleaner. Alla domanda “che cos’è la bellezza per lei?” l’Abramovic avrebbe replicato, anche un tantino seccata (e come darle torto?), che la bellezza è un qualcosa di esteriore all’arte. Se Mancuso avesse seguito il lavoro dell’artista serba, saprebbe della sua dichiarazione che l’arte non deve necessariamente avere a che fare con la bellezza. Secondo l’Abramovic l’arte deve essere inquietante, sollevare degli interrogativi, predire il futuro. Mancuso, se avesse prestato più attenzione avrebbe intuito che il titolo della mostra The Cleaner, allude alla figura dell’artista che attraverso la sua opera può ripulire la mente e l’anima di ciascuno dalle convinzioni consolidate e stagnanti. Un tentativo fallito con Mancuso il quale rimane legato profondamente ai canoni di una bellezza tradizionale in cui sono compresi i concetti di armonia, proporzione, simmetria: “Io penso che molta arte contemporanea sia il sintomo del nostro esserci perduti, del nostro essere privi di una meta ideale, della nostra odissea senza Itaca. Penso altresì che l’unica via verso la salvezza consista in una attenta riconsiderazione dell’armonia” (p. 98).

Proprio lui che parla di armonia non riesce ad “armonizzare” con la dichiarazione della Abramovic e con l’idea che l’opera d’arte può essere realizzata in qualsiasi modo e può essere qualsiasi cosa. L’arte oggi si fa con tutto poichè ciò che conta è il messaggio e se l’osservatore non la riconosce come tale significa che non è in grado di capirla. A maggior ragione Mancuso dovrebbe cercare  la bellezza nel messaggio che gli artisti contemporanei vogliono dare, soprattutto oggi in cui l’estetica ci trasforma in elementi attivi includendo in questa dimensione alcune delle prerogative che dalla sfera estetica si spostano al campo dell’etica. Non è anche questa una via verso la bellezza? Allora la sua frase Siamo un Concerto di relazioni”, avrebbe più senso.

Eppure, quando il teologo parla di “logos” inteso come “ragione”, “relazione”,  “legame”, “ascolto”, dovrebbe ricordare Eraclito e ciò che il logos esprime. Per Eraclito è l’armonia dei contrari. Chi non presta ascolto al logos pensa che la lotta fra i contrari, che caratterizza la nostra dimensione temporale, produca ingiustizia e disarmonia. Secondo il modo comune di pensare, superficiale e limitato ad una particolare prospettiva, i contrari possono esistere gli uni indipendentemente dagli altri, ma in realtà nulla esisterebbe se non ci fosse, allo stesso tempo, anche il suo opposto. Paradossalmente tra i termini relitivi alla bellezza nel libro troviamo il Sublime. Mancuso non accetta di adeguare il senso di bellezza all’arte contemporanea anche se parla di Sublime, una categoria estetica particolare e ambigua, come lo è la bellezza del resto, a partire dall’etimologia e il suo duplice significato. (La parola latina sublimen sembra derivare o da “sub-limen”, nel senso di altissimo e da “sub-limo”, “sotto il fango”, ad indicare l’abisso nascosto sotto uno strato di bruttezza). Quando una cosa che ci è apparsa come vicina, d’un tratto la percepiamo lontana, è qui che si verifica l’esperienza del sublime. Mentre il bello era legato a una sorta di comprensione dell’opera che produceva in noi delle sensazioni di ordine e di armonia, il sublime compare  proprio nel momento in cui il linguaggio apre al caos dove il negativo acquista un nuovo potere.

In conclusione afferma: “Io non so se la bellezza salverà il mondo. Sono però sicuro che può salvare quel piccolo pezzo di mondo che è ognuno di noi.” E mentre Mancuso rimane chiuso nella finitezza del suo pensiero l’incontro finisce con uno scrosciante applauso, segno che le persone hanno bisogno di sentir ripetere questi luoghi comuni.

Ci fosse stato Massimo Catalano, il re dell’ovvio di “Indietro tutta”, avrebbe liquidato la questione con una frase del tipo “è meglio essere belli che brutti” e avremmo fatto due risate. Ancor meglio il tormentone comico di Frate Antonino/ Frassica da Scasazza basato sulla ripetizione di un’espressione che può andare avanti all’infinito : “Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello”. 

N.C.

Centro Studi Biblici G. Vannucci di Montefano (MC), 27 aprile 2019

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Nikla

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