Sulle tracce del rabbino Menahem Recanati

A chi appartiene il frammento di una lapide con la scritta in ebraico? Al cabalista del 1300 come scrive Monaldo Leopardi o ad un suo omonimo vissuto due secoli dopo come afferma Franco Foschi?

Nelle sue numerose ricerche storiche e leopardiane il dott. Sergio Beccacece si è imbattuto nel testo di una conferenza che Franco Foschi tenne a Trieste sul tema dell’influenza che ebbe l’ebraismo nella cultura leopardiana. In quell’occasione Foschi parlò del Rabbino Menahem Recanati, il famoso intellettuale cabalista attivo verso la fine del XIII e inizi del XIV secolo. Nel suo discorso cita una lettera di Monaldo Leopardi, proveniente dell’archivio privato di famiglia, dove si parla di una lapide sepolcrale murata a rovescio, collocata nel vestibolo della Cattedrale, dove nella parte interna contiene uno scritto che riportava ad una fondazione di casa Flamini. Secondo Monaldo nella scritta in ebraico dell’epitaffio sono indicate le opere del rabbino, “ma non sapendo l’ebraico” scrive “non ho potuto verificarlo. Potrà farlo il mio figlio Giacomo quando gli piacerà[1]. Foschi, e come lui altri studiosi, mise in dubbio tale dichiarazione se la lapide si riferisca al Menahem del 1300 oppure a Salomon Menahem del XIV secolo, poiché una zona nel vicino Parco Colloredo era destinata a cimitero degli ebrei.

Per chiarire il mistero bisognerebbe tradurla. La lapide ora non si trova più nel vestibolo del duomo ma sul muro tra il duomo e il museo diocesano, in un punto non aperto al pubblico. Per vederla bisogna chiedere a Don Pietro Spernanzoni il quale ha accompagnato il dott. Beccacece davanti al frammento e si è reso disponibile a coinvolgere il Vescovo S.E.R. Mons. Nazzareno Marconi per la traduzione.

Il dottore non ha nascosto la propria delusione nel verdere ciò che è rimasto di quella lapide  – ben poco – ma spera che quelle poche lettere possano dare qualche indizio.   “Io mi occupo di piccole cose” ha detto Beccacece “e non mi inoltro in discorsi più difficili, ma la questione rimane aperta e quindi il problema va chiarito.

L’argomento anticipa l’incontro di martedì 28 novembre organizzato dall’UNIPER dove Marco Moroni parlerà del celebre rabbino.

 

 

[1] Il giovanissimo Leopardi imparò l’ebraico per leggere la Bibbia senza mediazioni e Monaldo scrive la sua impressione quando arrivò a Recanati una delegazione ebraica. L’unico che potè interloquire fu solo Giacomo. Parlava con loro con tanta capacità che i funzionari pendevano dalle sue labbra. Non sapremo mai ciò che si dissero.

 

 

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Nikla

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