Sergio Beccacece: “Chiamarlo Orto dell’Infinito è una forzatura storica”

L’Orto dell’infinito era così all’epoca di Leopardi? Frequentava questo posto nelle sue passeggiate? E soprattutto, cosa pensava Giacomo degli orti e giardini?

Il dott. Sergio Beccacece, storico locale, si è posto da sempre queste domande e in particolare da quando l’orto concluso del vicino monastero in cima al famoso “ermo colle”, curato per secoli dalle monache clarisse, a pochi passi dalla casa natale di Giacomo Leopardi, si è trasformato in orto-giardino grazie a un progetto recentemente realizzato. Le sue risposte sono arrivate questa mattina in conferenza stampa presso il Sacello del Poeta, proprio vicino all’ingresso del Centro Studi Leopardiani e dell’Orto sul Colle dell’Infinito. Secondo il dottore la trasformazione con alberi da frutto, ortaggi, fiori e qualche filare di vite, non risponderebbe pienamente alla natura storica del luogo.

“Si chiamava Monte Tabor ed era ricoperto di piante di acacia e rovi – afferma Beccacece – poi, nel primo centenario della nascita di Leopardi il prof. Patrizi lo chiamò Colle dell’infinito. Nel 1937 il Podestà Piccinini sistemò l’area circostante in parco pubblico e da quel momento diventa a tutti gli effetti “Colle dell’Infinito”. Il mio giudizio è sfavorevole a tali cambiamenti, ed ora è un luogo mussoliniano come il CSNL che Mussolini volle e finanziò.

Per ricostruire la storia del luogo il dottore si riferisce al libro “Memorie del Monastero di Santo Stefano” scritto nel 1609 da Camilla Lazzarini, curato da franco foschi l’allora direttore del cnsl. nella prefazione il foschi scrive che il poeta FORSE in questo luogo si soffermava a riflettere sull’infinito e che FORSE lo ispirò. Nel libro di memorie proveniente dalla biblioteca privata dei Conti Leopardi, suor lazzarini entrata in convento nel 1570, trentacinque anni dopo l’apertura, scrivo che il sacro convento fu costruito nel luogo dove sorgeva la chiesa parrocchiale di Santo Stefano. Fu nominato un eccellente architetto, Mastro Simone di Recanati, per costruire la nuova chiesa spostata di “due picche più avanti” rispetto a quella vecchia per lasciare un grande spazio circondato da logge, mentre in un’altra zona fu realizzato un orto. L’Orto ai tempi aveva 100 alberi da frutto. “Perciò non era un orto ma un boschetto” continua Beccacece. “All’epoca di Giacomo era un luogo abbandonato e desolato, ricettacolo di mattoni di scarto dell’edilizia, come descrive Giacomo nei suoi “ricordi d’infanzia e di adolescenza” nel 1819. Spezioli nella sua Guida di Recanati dice che per accedere al Colle vi erano due vie: questa del Sacello, dove c’era una casa colonica e un aia con libertà di passaggio, oppure da Santo Stefano, ma non parla della frequentazione dell’Orto da parte del Poeta.”

Infine la sua lettura di un passo dello Zibaldone dove Leopardi parla del giardino come luogo di patimento e souffrance. “In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta…Lo spettacolo di tanta copia di vita ci rallegra l’anima ma in verità è trista e infelice e il giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un quasi peggio di un cimitero)… (Bologna 22 aprile 1826).”
Beccacece per rispetto verso Leopardi suggerisce di cambiare nome in “Orto della Sofferenza” perché chiamarlo Orto dell’Infinito è una forzatura storica.

Non sono mancati dei suggerimenti migliorativi riguardo alla manutenzione del verde intorno al Sacello e alla chiusura della porta, almeno al momento della visita, del CNSL a piano terra, attraverso la quale si raggiunge l’ascensore che porta ai piani superiori a vantaggio dei diversamente abili e di coloro che hanno difficoltà a salire la ripida scalinata. Consiglia, inoltre, la segnalazione al pubblico della presenza dell’ascensore.

Il dottore dichiara la sua disponibilità con chiunque sia interessato, ad un confronto o dibattito sui luoghi leopardiani e sull’orto dell’infinito in particolare.

N.C.

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Nikla

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