Sant’Elena e la reliquia della Santa Croce – Recanati, San Domenico

Diego Calcagni nella sua Memorie Istoriche di Recanati ha definito il dipinto “Opera di buon pennello”. La pala d’altare, conservata nella chiesa di San Domenico, rappresenta Sant’Elena Imperatrice in venerazione della Croce, colei che, secondo la leggenda, avrebbe ritrovato la “vera croce” in Terra Santa.

Sotto il dipinto vi è una nicchia con uno sportellino chiuso da due serrature. Dentro la nicchia si custodisce un pezzo di legno della S. Croce portato qui da S. Pietro Martire, e chiuso in una nobile e ricca Croce d’argento.

Scrive il Calcagni che quest’altare apparteneva ai Signori Marchesi Girolamo Filippo, e Tomaso Antonio Antici. I loro antenati lo innalzarono e l’addobbarono e, continua Calcagni, “A loro spesa fu fatta la Croce d’argento dentro la quale è chiuso il S. Legno e perciò una delle chiavi, che ferrano la Croce, al presente è presso di loro.” Anticamente, quando il cielo cupo e minacciava grandine e tempesta, il sacerdote portava la Croce fuori dalla chiesa e la esponeva al pubblico per la venerazione; di colpo i nuvoloni si dileguavano.

Sopra il quadro ve ne è un altro e rappresenta Gesù mentre sale al Monte Calvario.

Altare di Sant’Elena con reliquiario, Chiesa San Domenico, Recanati

In questo quadro Sant’Elena è rappresentata in ginocchio davanti alla croce vista di scorcio e appoggiata ad una colonna, le braccia aperte e lo guardo rivolto in alto in segno di meraviglia. Indossa una sottoveste bianca coperta da una tunica verde riccamente decorata con motivi fitomorfi; il verde era il colore  scelto per gli alti dignitari imperiali; a indicare il suo status, la vistosa corona sul capo. Elena intraprese il suo viaggio a Gerusalemme a 76 anni, ma qui è ritratta molto più giovane. Dietro di lei ci sono tre damigelle d’onore: la prima a sinistra, indicando la Santa Croce, dialoga con l’altra vicina, sorpresa anch’essa. La terza, alle loro spalle, è più interessata a guardare qualcuno al di fuori del quadro, e sembra chiamare in causa lo spettatore per renderlo partecipe di ciò che sta succedendo. In basso un servitore Moro con turbante bianco regge il mantello della santa. I personaggi si trovano all’interno di un tempio aperto dietro di loro, da dove si intravedono degli edifici e una torre. Purtroppo non si ha alcuna notizia dell’autore, ma il quadro merita un elogio particolare e, perciò, di essere menzionato.

Sant’Elena adora la vera Croce

Anonimo, Sant’Elena adora la vera Croce, secolo XVI, olio su tela, cm 208×140, Chiesa San Domenico, Recanati.

Elena, madre dell’imperatore Costantino, per sant’Ambrogio fu “L’Illuminata” dallo Spirito Santo: racconta infatti che per ispirazione dello Spirito Santo intraprese un lungo pellegrinaggio in Oriente per ricercare e riportare alla luce i luoghi della crocifissione di Gesù e il suo sepolcro.

Elena nacque nel 248 circa a Drepamim, città che prenderà il nome di Elenopoli per volontà di Costantino, in onore della madre. Era una locandiera addetta alle stalle, ma dobbiamo immaginare che fosse molto bella se il giovane ufficiale romano Costanzo Cloro nel 270 se ne innamorò e la sposò non si sa se come sposa effettiva o come concubina: allora erano entrambi pagani e i matrimoni erano ambedue possibili. Da loro nacque Costantino nel 280 a Naisso in Serbia e l’unione continuò fino al 293, quando Costanzo Cloro venne nominato Cesare da Diocleziano, che lo obbligò a ripudiare Elena, essendo incompatibile per la sua nobiltà acquisita l’unione coniugale con persona d’origine plebea. Elena subì l’umiliazione, con la perdita della sua famiglia, del marito, del figlio e della rilevante posizione sociale che aveva, ma si ritirò in silenzio e umiltà, senza recriminare, conducendo vita esemplare. Non si risposò, e visse lontano dalle corti imperiali, sebbene fosse vicina a Costantino, che per lei aveva un affetto particolare. Quando Costantino fu proclamato imperatore nel 306, dopo la morte di Costanzo, la richiamò presso di sé conferendole il titolo di ‘Augusta’, la ricoprì di onori, dandole libero accesso al tesoro imperiale, facendo incidere il suo nome e la sua immagine sulle monete.

Ci sono due ipotesi storiche, una di Eusebio che affermava che Elena sia stata convertita al cristianesimo dal figlio Costantino e l’altra di s. Ambrogio che affermava il contrario; certamente deve essere stato così, perché Costantino ricevé il battesimo solo in punto di morte nel 337.
Ad ogni modo Elena visse esemplarmente la sua fede, nell’attuare le virtù cristiane e nel praticare le buone opere; partecipava umilmente alle funzioni religiose, a volte mischiandosi in abiti modesti tra la folla dei fedeli; spesso invitava i poveri a pranzo nel suo palazzo, servendoli con le proprie mani.

Il culto della croce non fu immediato ma ebbe uno slancio particolare con l’imperatore Costantino dopo il sogno in cui la divinità con la frase “In hoc signo vinces” (con questo segno vincerai ) gli suggerì di mettere la croce nelle insegne delle guardie romane per vincere la battaglia di Ponte Milvio. L’imperatore, grazie al segno della croce, ebbe una grande vittoria e decise così di inviare la madre Elena a Gerusalemme per cercare la Croce della Crocifissione. Nel 326-328 Elena partì per il pellegrinaggio in Terra Santa finanziato dal figlio. Giunta  sul posto, chiese aiuto ai cristiani autoctoni per ritrovare diverse reliquie associate a Gesù Cristo.

Nel racconto miracoloso di questo ritrovamento, storia e leggenda si mescolano; dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine ( XIII secolo) apprendiamo come Elena rinvenne più di una croce sul Golgota, e per riconoscere quella appartenente a Gesù fece porre a contatto con i legni un defunto che tornò in vita toccando la Vera Croce.

Sant’Elena e San Ciriaco

San Ciriaco, patrono di Ancona nacque a Gerusalemme con il nome di Giuda, figlio di Simeone e Anna. Quando l’Imperatrice Elena si recò a Gerusalemme per ritrovare la Vera Croce, sulla quale era stato crocifisso Gesù, venne a sapere che un rabbino, di nome Giuda, conosceva il luogo in cui era stata seppellita la Croce in cui fu crocifisso Cristo. Ma Giuda, rabbino ebreo, non volle rivelare le informazioni in suo possesso: ma dopo essere stato messo per sei giorni all’interno di una cisterna vuota, senza cibo né acqua, informò l’Imperatrice di quanto era a sua conoscenza. La Croce fu ritrovata il 3 maggio 326, insieme a quelle dei due ladroni. Non riuscendo però a capire quale potesse essere la Croce sulla quale fu inchiodato Cristo, Elena le fece esporre tutte e tre sopra il cadavere di un giovane appena defunto, il quale risorse miracolosamente allorché venne a contatto con la Vera Croce. A quel punto Elena e il suo seguito si inginocchiarono in adorazione e Giuda, alla vista di quel miracolo, si convertì al cristianesimo. Fu battezzato da Macario, vescovo di Gerusalemme, alla presenza di Elena, ed assunse il nome di Ciriaco (che, dal greco, significa “dedicato al Signore”). Dopo la conversione Ciriaco si adoperò attivamente per la diffusione della fede e nello studio dei Vangeli. Nel 327 Papa Silvestro I lo consacrò Vescovo. Secondo varie fonti svolse il suo ufficio in Ancona, ove era giunto per venerare il famoso Santuario di Santo Stefano ivi esistente e in cui avvenivano molti miracoli. Nel 363 fece un viaggio nella sua terra natia. Qui l’Imperatore Giuliano l’apostata lo fece imprigionare e torturare per farlo apostatare dalla fede cristiana. La tradizione elenca le seguenti torture patìte da Ciriaco: la mutilazione della mano destra; l’ingurgitamento forzato del piombo fuso; bruciato sopra una graticola e frustato; gettato in una fossa piena di serpenti velenosi; immerso nel bitume bollente: trafitto al cuore con una spada. Dopo questo Ciriaco morì. La salma del martire fu sepolta a Gerusalemme, in una grotta del Monte Calvario. L’8 agosto 418 il corpo venne trasferito dalla Palestina ad Ancona, nella chiesa di Santo Stefano, per l’intervento di Galla Placidia, come ricompensa alla città per non aver potuto ricevere le reliquie del corpo di Santo Stefano, che la città aveva richiesto perché lo venerava sin dalle origini più di ogni altra città, a motivo della conservazione, come reliquia, di uno dei sassi che colpirono il corpo del Santo durante la sua dilapidazione. Nel 1097 le spoglie vennero trasferite nella chiesa di San Lorenzo, che da quel momento viene chiamata di San Ciriaco. Il corpo incorrotto di San Ciriaco è ancor oggi esposto nella cripta della Cattedrale di Ancona. Viene ricordato dalla Chiesa Cattolica il 4 maggio. Durante la ricognizione del corpo del martire compiuta in seguito al terremoto avvenuto in Ancona nel 1972, gli studi medici e scientifici confermarono la verità della storia del martirio, così come era stata tramandata dalla tradizione

Agnolo Gaddi, Ritrovamento delle tre croci e riconoscimento della Vera Croce, Santa Croce, Firenze, XIV sec.

Le reliquie della Croce erano inizialmente custodite a Roma nella cappella creata nel IV secolo dalla stessa Sant’Elena. Tale cappella divenne poi il nucleo dell’attuale Basilica di S. Croce di gerusalemme, per questo chiamata in origine “Basilica Eleniana” o “Sessoriana”

Elena Morì intorno al 330 assistita dal figlio in un luogo non identificato.  Alla sua morte fu sepolta a Roma, nello splendido mausoleo sulla via Labicana ai due lauri, oggi Torpignattara; poi il corpo fu trasferito a Costantinopoli e infine nel 1211 le reliquie della santa furono portate a Venezia in una piccola chiesa a lei dedicata nell’isoladi Sant’Elena chiamata così in suo onore.

Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all’interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza.

La corona ferrea

La Corona del Ferro è innanzitutto venerata come reliquia: al suo interno, infatti, si trova un cerchietto in ferro che, secondo la tradizione, fu ricavato da uno dei chiodi usati per la crocefissione di Cristo. Sant’Elena, nel 326, lo avrebbe ritrovato e fatto inserire in un diadema per il figlio, l’imperatore Costantino il Grande. La corona sarebbe poi passata nella mani di S. Gregorio Magno, che ne avrebbe fatto dono alla Regina Teodolinda.

La Corona è poi anche una straordinaria realizzazione di oreficeria bizantina: è composta da sei segmenti aurei, uniti a cerniera e ribattuti sul cerchietto di ferro, ciascuno dei quali è decorato da tre gemme sovrapposte, un rettangolo smaltato con una grossa pietra al centro e rosette d’oro disposte a croce. In lega di argento e oro all’80%, la corona, di 15 centimetri di diametro e di 5, 5 centimetri di altezza, è composta da sei placche legate tra loro da cerniere verticali ed è adornata da 26 rose d’oro a sbalzo, 22 gemme di vari colori e 24 placchette che raffigurano motivi floreali a smalto cloisonnè: il bianco e il blu intenso sono opachi, mentre il fondo traslucido verde smeraldo e il rosso bruno fanno trasparire il fondo aureo. Simbolo di regalità e di potere oltre che sacra reliquia emblema della cittadina brianzola, la Corona Ferrea è un tesoro prezioso dall’origine ignota che nel corso dei secoli si è arricchita di storie e leggende.

La Corona ha, infine, un importantissimo valore storico: lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, contò 34 incoronazioni tra cui quelle di Carlo Magno, Adruino d’Ivrea, Corrado II e Corrado III, Federico Barbarossa, Carlo IV, Carlo V d’Asburgo, Napoleone e Ferdinando d’Austria.

Oggi è custodita in Duomo, nella Cappella di Teodolinda ed è visitabile in orari e giorni prestabiliti.

Corona Ferrea, Museo e Tesoro del Duomo di Monza
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Nikla

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