Riccardo Chitarrari “brutartist” di “Happygnano”

intervista di Matteo Guidolin

Oggi ho la fortuna di incontrare e intervistare per Cronachecult un artista del maceratese, precisamente di Appignano, che mi ha colpito molto per la grande espressività delle sue opere: Riccardo Chitarrari. Persona molto gentile, sensibile e attenta a quanto succede attorno a lui, ha la capacità di condensare dentro i suoi dipinti emozioni e significati che inevitabilmente coinvolgono lo spettatore. Lo intervisto direttamente nel luogo dove dipinge e tra le sue tele ho modo di scoprire un po’ di più su di lui e sulla sua arte.

  • Buongiorno Riccardo, come prima domanda vorrei sapere: come e quando hai iniziato a dipingere le tue opere? Buongiorno a te Matteo. Per quanto riguarda la pittura ho iniziato veramente da poco, poco più di 2 anni. Sono un novellino. Però, in questo caso, è importante parlare del disegno in generale, come esperienza antecedente alla pittura. Sin da piccolo il disegno è stato, per me, un ossessione, un’ esigenza quotidiana alla quale non potevo sfuggire. Quando avevo tempo disegnavo cercando di riempire più fogli possibili. Disegnavo soprattutto senza colorare ( senza colorare intendo che utilizzavo solamente matita e pennarello nero) perché mi piaceva il chiaro scuro, che tutt’ora continuo ad apprezzare moltissimo. Poi improvvisamente ho deciso di sporcare una tela con dei colori acrilici molto vivaci e ora non mi fermo più. Ho la sensazione di aver iniziato per puro caso ma qualcosa mi dice che non è stato così. Tra il disegno e la pittura c’è stato sicuramente un input a livello inconscio che si è evoluto in modo impercettibile dentro di me e che alla fine è scoppiato dandomi quella forza necessaria per cominciare. Forza che, da autodidatta, mi serviva molto.
  • Hai degli artisti di riferimento o una corrente che segui? Cosa ci puoi dire a riguardo? Sono sincero. Di artisti e di correnti artistiche ne conosco davvero poco ma posso affermare che la “corrente” di riferimento, al quale mi sento di appartenere e che interagisce con la mia mente e la mia mano è sicuramente l’Art Brut. Prima quando disegnavo cercavo di rappresentare in modo maniacale la realtà anatomica delle cose ma non ci riuscivo come volevo; così ho iniziato a disegnare personaggi deformi, come mi venivano, senza nessuna riflessione. Poi ho scoperto Basquiat e da li è iniziata una vera e propria ricerca, fino ad arrivare al concetto artistico/forma d’arte dell’Art Brut. È stato proprio in questo momento che ho avvertito un senso di appartenenza a qualcosa mai provato prima. Suppongo che l’Art Brut non si possa definire corrente vera e propria in quanto non è contestualizzabile. Nel senso che una qualsiasi altra corrente artistica può inserirsi in un determinato periodo storico, mentre l’Art Brut no perché è un’arte senza regole, libera, istintiva che si crea senza la minima preoccupazione critica. È una forma d’arte che esiste da sempre e muta in continuazione, anche se il termine Art Brut è stato coniato nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet. Per esempio le scene di caccia del periodo paleolitico, che risalgono a diecimila anni fa, non sono forse una prima forma di Art Brut? Secondo me si. Ma al di la di questo, mi sento dentro questo linguaggio artistico talmente tanto che mi identifico con il nome “brutartist”. Potrebbe essere banale, ma non lo è per me
  • Quali sono le tue fonti di ispirazione? Come nasce un tuo quadro? Diciamo che di fonti ispiratrici ce ne sono moltissime. La fortuna è che non ho bisogno di pensarci troppo e non mi serve nemmeno una musa ispiratrice. Quasi tutti i quadri che faccio rappresentano animali o persone (personaggi famosi reali/fantastici, personaggi di libri oppure caratteristici del mio paese) quindi è essenziale avere semplicemente una foto e mi affido all’immaginazione. Delle volte invece mi focalizzo su un concetto e cerco di rappresentarlo. Un esempio di questo che ho appena detto è la tela “Tuffo all’inferno” che rappresenta un bambino soldato islamico con un costume rigorosamente occidentale che impugna un fucile AK-47 mentre si tuffa con disinvoltura in un mare color fuoco. È probabile che appena lo vedi non ti accorgi del significato intrinseco perché sei disorientato dai colori vivaci e contrastanti ma appena lo capisci ti sale l’angoscia perché realizzi il vero significato e i colori, improvvisamente, sembrano non valere più nulla. Realizzo anche profili di città, delle volte inventati e delle volte reali come quello di Macerata dal titolo “Macerata Ostrogotica” o del mio paese Appignano intitolato “Happygnano”. Per come nasce un quadro, invece, come prima cosa faccio una bozza a matita su un foglio di carta e poi lo riporto su tela sempre con una matita, successivamente ricalco i contorni con un pennarello nero e poi via con gli acrilici. Infine ricalco nuovamente i bordi e definisco i dettagli.
  • Nelle tue opere si nota un grande gusto per il colore e una capacità creativa nel costruire l’immagine davvero notevole. Oltre alla forma sono gli accostamenti cromatici che sembrano esprimere qualcosa che va oltre la rappresentazione del reale. Qual è il rapporto che cerchi di instaurare tra spettatore e dipinto? Il rapporto che cerco di instaurare tra spettatore e dipinto in principio è l’impatto visivo che è quasi sempre fine a se stesso. Violentare gli occhi di chi guarda attraverso accostamenti cromatici contrastanti. All’inizio studiavo questi accostamenti e sulla bozza scrivevo il nome del colore sulla parte da dipingere cercando di immaginare mentalmente come poteva essere il prodotto finale. Ora non lo faccio più, ci penso al momento. Capita delle volte, invece, che mi spingo oltre l’impatto visivo cercando di esprimere un concetto che riguarda un tema attuale. Mi ricollego a quello che ho detto poco fa riguardo al bambino soldato di “Tuffo all’inferno”. I colori ti deviano se non sei consapevole di ciò che vedi. Nel momento della consapevolezza rimani scioccato e i colori, prima vivaci, ora sembrano essere spenti, vuoti. Questo è un po’ anche quello che voglio far capire: evitare, momentaneamente, la sofferenza e il male attraverso i colori. Dico momentaneamente perché la sofferenza e il male, o qualsiasi altra cosa che ne derivi, esiste, si nasconde e non può essere cancellato e ne dobbiamo essere consapevoli, anche perché fa parte di noi stessi.   In alcuni casi mi capita che gli spettatori vedono cose diverse nella stessa tela, oltretutto cose che non si avvicinano nemmeno a quello che veramente rappresenta la tela. E mi sono chiesto “Ma come può essere? È una cosa stupenda!”. Questo perché l’arte è un linguaggio superiore. Un linguaggio che tutti possono capire, ma il bello è che lo possono capire anche in modo diverso. In quel dipinto io capisco qualcosa, te capisci qualcosa, lui capisce altro. Si possono capire anche gli stessi concetti che il dipinto vuole esprimere, ma la superiorità dell’arte sta nel fatto che essa non ha bisogno di oggettivismi. L’arte, avendo a che fare con la creatività, è imprevedibile, perché anche la creatività stessa lo è. Il dipinto è solamente lo strumento del linguaggio, e non la regola del linguaggio. Infatti, l’arte, non si esprime attraverso rigide norme. Posso dire che “se osservo quel dipinto provo gioia, allora tutti provano gioia nell’osservarlo”. Sbagliato. La sensazione che si prova non per forza deve essere un evento uguale e ripetibile per tutti. il dipinto, l’arte inventa una soluzione concreta e nuova per ogni singolo fatto concreto e nuovo nel quale si trova ad agire.
  • Curiosando sul tuo profilo instagram (@brutartist) ho visto che hai già partecipato a diverse mostre ed esposizioni in varie città italiane. Ci vuoi raccontare qualcosa a riguardo? Cosa ti hanno lasciato queste esperienze? Si ho partecipato a diverse mostre e festival. Cronologicamente la prima risale all’anno scorso quando ho esposto al Duma (Macerata). Lo stesso anno si sono susseguite numerose partecipazioni a eventi culturali come il “Basement. Street Art & Culture” a Jesi (AN) o il “Progetto Arte” presso la scuola G. Rodari di Montecassiano (MC) dove ho avuto il piacere di conoscere il maestro d’arte Stefano Calisti. Nello stesso anno ho partecipato alla prima Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Ascoli Piceno per tutto il mese di ottobre e tra gennaio e febbraio del 2018 ho esposto al MUSEO MIIT di Torino e al Veregra Lab di Montecosaro (MC). Ogni esperienza ti lascia un segno diverso, anche questa intervista è un’esperienza. Ma il minimo comune multiplo di tutte le esperienze è senza dubbio la forza delle persone. Perché quello che faccio, dalla tela alla mostra, dipende moltissimo da chi mi sta intorno, da chi mi ascolta, da chi mi chiede, dalle relazioni che si creano in quel preciso istante, che possono finire li o durare nel tempo. Questo è il carburante che mette in moto, che spinge avanti il processo creativo.
  • C’è un segno distintivo che accomuna tutti i tuoi ritratti: il tuo modo di rappresentare la bocca. Cosa ti ha portato a scegliere questo elemento? Se hai un progetto lo devi pensare e preparare bene. Potevo scegliere qualsiasi altro elemento rispetto alla bocca, l’importante è avere un’identità all’interno di una forma artistica, in questo caso. A livello tecnico ho scelto la bocca perché è la prima cosa che vedi nei miei quadri dato che è sproporzionata rispetto al resto del corpo. In realtà ci sono anche altri elementi distintivi, come gli occhi (cerco di farne almeno uno sempre uguale in ogni tela) e le stelle sullo sfondo, che sono semplicemente dei piccoli cerchi, presenti in ogni quadro.
  • Nelle ultime tue opere mi hai parlato di una collaborazione con altri artisti, ci vuoi raccontare qualcosa di questo progetto e/o di altri progetti futuri che hai in cantiere? Poco tempo fa ho conosciuto due ragazzi fortissimi che gestiscono un profilo Instagram dove documentano la frizzante e vivace scena dell’underground marchigiano con scatti accurati ma nello stesso tempo grezzi, immortalando situazioni bizzarre che accadono solamente nei concerti più intimi, strani e selvaggi. È stato amore a prima vista e mi sono detto “voglio riprodurre i loro momenti”. Ci siamo sentiti ed è nato un rapporto bidirezionale, libero, senza alcun impegno formale. Loro continuano liberamente a catturare scene pazzesche e io , altrettanto liberamente, cerco di riportarle su tela. È un progetto in costruzione. Mi raccomando andate a vedere le loro foto sul loro profilo instagram (@IMPUBBLICABILE) meritano moltissimo. Per quanto riguarda progetti futuri, al di la di procedere con esposizioni e partecipazione a eventi, ho qualcosa che vorrei portare avanti, infatti. Ho questa tela “La Madonna dal Velo Stellato” che vorrei portarla in giro, in qualsiasi spazio espositivo (dal locale al museo, con la stessa importanza) senza essere irriverente. Questa tela non può essere esposta insieme a tutte le altre, va inserita in un contesto unico. Andrebbe esposta, da sola, in una piccola stanza con un sottofondo musicale mistico (tipo canti gregoriani). Si deve rigorosamente entrare uno alla volta, contemplare il momento e lasciare un biglietto anonimo con su scritta una confessione, una perversione o una semplice frase che viene da dentro. Con questo voglio creare un ambiente intimo, una nicchia, nel quale le persone si sentano davvero sole con se stesse e libere di esprimersi. Ho sperimentato questa situazione al Veregra Lab di Montecosaro (MC) e debbo dire che ha riscosso un notevole successo. Spero di continuare questo progetto, perché è bello sapere cosa hanno da dire le persone quando sono messe in condizione di poterlo fare. Ma ci sono due problemi di natura diversa: sicuramente lo spazio (il trovare una stanza idonea da dedicare alla tela) e i calvinisti intransigenti che non capiscono il vero significato di quello che voglio fare.
  • Come ultima domanda ti chiedo: puoi raccontarci un episodio particolare o una esperienza che ti ha dato particolarmente soddisfazione nel tuo percorso artistico? Ogni esperienza è stata fonte di soddisfazione ma ammetto che c’è stato un episodio molto particolare che non ho ancora raccontato e che supera i limiti della cognizione, perché certe cose non possono capitare per puro caso. Sono stato sempre un fan del black metal, anche se ascolto qualsiasi genere musicale, e a gennaio del 2017 scopro che i Mayhem (gruppo norvegese nonché fondatore di quel genere musicale negli anni ‘80) si esibiscono a Roma. Quindi un’occasione assolutamente da non perdere. Pochi mesi dopo mi contatta il chitarrista dei Mayhem interessato all’acquisto di alcune tele. Non puoi immaginare la paura e la felicità che plasmavano la mia mente e il mio corpo. Non ho dormito per due notti pensando a questo fatto incredibile e poi ho iniziato a dipingere. A ottobre del 2017 mi hanno ospitato al loro concerto presso l’Orion Live Club di Roma . Che figata!

Grazie mille della tua disponibilità e complimenti ancora per le tue opere. Consiglio a tutti i lettori di seguire il profilo instagram e la pagina facebook di @brutartist per non perdere gli aggiornamenti sulle prossime mostre di Riccardo Chitarrari. Sentirete ancora parlare (bene) di lui, ne sono sicuro.

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Nikla

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