Perché Leopardi non parla mai di Lorenzo Lotto

Lo ha spiegato Vittorio Sgarbi, curatore della mostra “Solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente. Lorenzo Lotto dialoga con Giacomo Leopardi”, nel Museo di Villa Colloredo Mels di Recanati, durante la lectio magistralis tenuta al Colle dell’Infinito la sera di giovedì 31 maggio.

La mostra, che chiuderà il 3 giugno, per la prima volta ha messo a confronto due personalità molto distanti tra loro e non solo per l’epoca in cui hanno vissuto. Lorenzo Lotto artista cinquecentesco, dotato di una fede religiosa profonda e travagliata, decide di ritirarsi definitivamente a Loreto dove matura la volontà di farsi oblato, una sorta di monaco laico, al servizio quasi esclusivo della Santa Casa. Giacomo Leopardi, poeta e pensatore moderno, nel 1821 avrà una crisi di carattere religioso tanto da scrivere nello Zibaldone “il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla”. In tempi contemporanei è stata valorizzata la componente laica e progressista del suo pensiero, mentre più recentemente si è insistito su Leopardi filosofo: sul suo nichilismo, mettendolo in collegamento con le correnti irrazionalistiche e del pensiero “negativo” dell’Occidente, da Schopenhauer a Nietzsche e a Benjamin, i quali, tra l’altro, hanno scritto su di lui pagine significative.

Unire queste due personalità intime e intimiste per me è stata un’impresa naturale ma fuori da ogni logica storica.” ha dichiarato Sgarbi in un passaggio del suo discorso.

Lotto non poteva conoscere Leopardi anche se aveva in sè quel sentimento leopardiano di profonda solitudine e inquietudine, mentre Leopardi conosceva sicuramente Lotto ma nei suoi scritti non nomina mai né il nome e nemmeno le opere.

Per Sgarbi un uomo colto e intelligente come Leopardi poteva essere come Stendhal e accompagnare gli italiani a visitare le bellezze di Recanati e le opere del Lotto, “invece Leopardi è cieco completamente. Ha vissuto a Recanati ignorando che c’erano i capolavori di Lotto che a suo tempo era un pittore importante come Raffaello tant’è che Zampetti individuò la presenza fisica di Lotto a fianco di Raffaello. Lotto è un genio assoluto e si può misurare con Tiziano e Raffaello, e tu Leopardi che sei l’uomo più colto d’Italia non lo sai. Sei una capra.” Neppure il Poeta è sfuggito all’appellativo più famoso e temuto del critico.

Sarà colpa di Leopardi? si chiede. La risposta arriva immediata: “Giacomo era molto concentrato su se stesso e non gli interessava niente dell’arte. Leopardi odiava l’arte. Nello Zibaldone scrive: “La troppa arte ci nuoce”; “Gli antichi avevano meno arte ma più poesia”; “La natura è alterata dall’arte”; “L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura”; “La natura insomma è la sola potente, l’arte non solo non l’aiuta ma spesso la lega”; “L’arte diminuisce la bellezza della natura”. Tutta la poesia leopardiana si ispira alla natura e nasce come sentimento profondo in contrasto con l’arte. La letteratura è tutto e l’arte non è niente. Questo concetto si può estendere anche a una poetessa come Dickinson o ai poeti più intensamente emozionati che sentono l’arte come finzione. Ma tutto questo non è vero perché l’arte più grande è vita. Basta vedere Van Gogh. Pochi artisti sono dalla parte della vita come lo è stato Lotto.

Per spiegare meglio Sgarbi si aiuta con un aneddoto: 25 anni fa in una mostra di Matisse ai musei capitolini trovarono una tela vandalizzata con tre buchi fatti con una matita. Per l’esposizione delle opere di Matisse furono coperti i capolavori del museo. “Naturalmente tutti deplorarono il gesto. Io fui l’unico a lodarlo. M’immagino questo ragazzo che s’incammina con la professoressa particolarmente antipatica e piena di ammirazione per Matisse, autore già di per se non molto grande anche se molto sopravvalutato, che ricopre una dimensione internazionale e che copre un’opera di Dosso Dossi, Tiziano, di Moretto, ecc…il ragazzo giustamente si vendica con la matita e indica la sua inappartenenza in quel luogo. Pensare che un ragazzo viene trasportato dalla sua area in una grande città e poi in un museo e in quel museo vede tutto tranne quello che vi è in quel museo giustifica qualunque azione. Infatti alla fine del percorso si trovarono su un dipinto di Matisse tre buchi fatti da una matita.”

“Nulla è più estranea alla bellezza e all’amore per l’arte, il dover far qualcosa.

All’epoca di Leopardi la storia dell’arte era molto marginale. La percezione era molto limitata e anche Croce, il fondamentale studioso di estetica, come Leopardi era del tutto indifferente all’arte. L’interesse per questa disciplina inizia negli anni ’60 quando i Fratelli Fabbri pubblicano “I Maestri del Colore”. Improvvisamente ci si accorse di quanta bellezza abbiamo in Italia.

C’è una certa letteratura che avviò una tendenza della critica a negare legittimità alla questione dell’incultura figurativa di Leopardi. De Santis ad esempio nel capitolo XVI del saggio su Leopardi scrive: “La vista di Roma non operò alcuna crisi nella sua esistenza. Aveva il gusto poco educato alla scultura e alla pittura. Un chiaro di luna tra le frondi gli faceva più effetto che non una Venere Capitolina. (…) Avrebbe dato tutte le meraviglie di Roma per un riso di una fanciulla”.

E come dar torto a Leopardi, così giovane, bisognoso d’amare e di essere amato? Così sognatore tanto da amare la luna a tal punto da abbandonarsi alla sua bellezza fin quasi ad umanizzarla? E come si può pensare che con la passione che nutriva rinunciasse allo sguardo di una bellezza in carne ed ossa per guardare una Venere di marmo?

Tuttavia non è corretto concludere che il poeta fosse insensibile ai valori estetici delle opere d’arte, come sostiene Sgarbi.

Si pensi a cosa scrive del “Laocoonte” e del “dolore antico” considerato come impedimento alla felicità. Si pensi al suo apprezzamento per le rovine di Pompei e Ercolano. Si pensi all’epigrafe composta per il busto di Raffaello, che il patriota, filantropo e mecenate pistoiese Niccolò Puccini volle erigere nella sua villa di Scornio.

Raffaele D’Urbino
Principe de’ pittori
E miracolo d’ingegno
Inventore di bellezze ineffabili
Felice per la gloria in che visse
Più felice per l’amore fortunato in che arse
Felicissimo per la morte ottenuta
nel fiore degli anni
Niccolò Puccini questi lauri questi fiori
Sospirando per la memoria di tanta felicità

Infine si pensi al rapporto intercorso con lo scultore neoclassico Pietro Tenerari, conosciuto grazie alla Marchesa Carlotta Medici Lenzoni, che Leopardi indicò come successore di Canova. Il poeta fu il primo ad ammirare la “Psiche abbandonata”, una delle sculture più celebri del Neoclassicismo in Italia. Il monumento funebre di Clelia Severini, realizzato dallo scultore nel 1825, era stato commissionato nel 1822 dall’avvocato romano Giuseppe Severini per la morta della figlia appena diciannovenne. Sarebbe stata proprio l’immagine di una giovane donna che sta abbandonando la vita a ispirare a Giacomo Leopardi la poesia “Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi”. Il poeta era giunto a Roma il 5 ottobre del 1831 insieme all’amico Ranieri e poche settimane dopo era andato ad abitare al n. 81 di via dei Condotti. Aveva visitato lo studio di Tenerani, dove aveva potuto apprezzare il bassorilievo, come conferma una sua lettera del 19 ottobre 1831 a Carlotta Lenzoni:  “Ho veduto il bravo e amabile Tenerani… Non so se ella conosce un’altra Psiche ch’egli sta lavorando, che mi è parsa bellissima, come anche un bassorilievo per la sepoltura di una giovane pieno di dolore e di costanza sublime”.

Nikla Cingolani

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