Opere che fanno star bene? Al Museo Villa Colloredo Mels di Recanati

Se l’arte è la nuova frontiera per sentirsi in buona salute non perdetevi una visita al Museo Villa Colloredo Mels di Recanati.

Due i motivi : primo perché è sede di alcune delle più importanti opere di Lorenzo Lotto. L’Annunciazione sorprende sempre. Nell’incrociare lo sguardo di Maria, consapevole di non avere scampo, non si può fare a meno di condividere i suoi sentimenti; non si può non provare simpatia per quel gatto spaventato alla visione dell’Angelo – un “Gabriele” terreno più che una creatura celeste – così corpulento tanto da proiettare la sua ombra sul pavimento; non si può non emozionarsi davanti allo stupefacente ritmo cromatico in rapporto con la soluzione compositiva alquanto spregiudicata.

Secondo perché in questo periodo, fino al 3 novembre, sono in corso due mostre dedicate a L’infinito di Giacomo Leopardi come omaggio ai 200 anni dalla stesura: “Interminati spazi e sovrumani silenzi. Giovanni Anselmo e Michelangelo Pistoletto” a cura di Marcello Smarrelli e “La fuggevole bellezza. Da Giuseppe De Nittis a Pellizza da Volpedo” a cura di Emanuela Angiuli.

Il percorso cronologico a ritroso inizia con l’arte contemporanea per continuare con i realisti e macchiaioli di fine ‘800, fino al divisionismo di Pelizza da Volpedo e sembra ricalcare la verticalità e l’orizzontalità ben descritta nel testo di Francesca Rigotti “Definire gli infiniti” contenuto nel catalogo “Infinito Leopardi. Gli universi dell’arte”. Dell’idillio leopardiano vi si ritrova l’orizzontalità del rapporto con la contemporaneità e la verticalità del rapporto con i classici. Tuttavia dopo aver terminato la visita si percepisce una circolarità nella relazione tra le opere di apertura della mostra, di Michelangelo Pistoletto (1966-2019) e di Giovanni Anselmo capaci di emanare sensazioni simili con l’ultima di chiusura, “Il sole” (1904) di Giuseppe Pelizza da Volpedo, pur nella loro diversità.

Metrocubo d’infinito in un Cubo Specchiante di Michelangelo Pistoletto è una struttura cubica ricoperta esternamente di lastre opache in acciaio e all’interno rivestita completamente di specchi dove l’artista ha inserito agli angoli linee di neon per una riflessione ad infinitum, in cui le immagini moltiplicate hanno una forte portata concettuale e grande efficacia espressiva. Al centro dello spazio di questa sorta di Ka’ba laica si trova la “pietra nera”, ovvero il Metrocubo di Infinito (1966), opera storica dell’artista piemontese formata da superfici esternamente opache ma specchianti verso l’interno, un luogo impenetrabile e fruibile solo con il pensiero. Noi sappiamo che dentro quello spazio c’è un infinito ma non abbiamo la possibilità di vederlo. E’ il nocciolo della questione: la capacità di ciascuno di noi di immaginare,  di pensare per immagini come suggeriva Italo Calvino. Disorientati e in preda alle vertigini, nel reticolo luminoso, caldo e solare, prevale una sensazione d’angoscia e piacere al tempo stesso, che richiama l’esperienza del “dolce naufragar” descritta da Leopardi.

Dopo la spettacolarità di Pistoletto, nella seconda sala spicca il minimalismo di Giovanni Anselmo con opere che conducono il pubblico alla scoperta di alcune fra le esperienze più significative dell’arte contemporanea. Qui si richiede un piccolo sforzo per apprezzare al meglio il lavoro raffinatissimo dell’artista. Nella sala a terra sono posizionati due proiettori di diapositive che riproducono ciascuno una parola, illuminando alcuni dettagli dello spazio espositivo; nell’angolo di una parete leggeremo “Particolare” (1972) messo bene a fuoco, mentre in un altro punto la parola è sfocata e illeggibile tanto che la parete diventa metafora della siepe “che il guardo esclude”. Possiamo solo immaginare di quale termine si tratta. Per leggerlo in modo chiaro bisogna porsi fisicamente davanti al fascio di luce spostandosi in un punto all’infinito. Così una mano sarà lo schermo su cui leggere “Infinito” (1971), ed è proprio grazie a questa “barriera” che il concetto di siepe leopardiana viene rovesciato e noi possiamo vedere chiaramente. “L’installazione paradossalmente avvicina l’uomo a questa nozione dandone una rappresentazione visiva. Ciò che sembra possibile solo come pensiero è spesso riscontrabile a livello concreto” sostiene l’artista.[1]  Sulle pareti  della stessa sala sono appesi alcuni disegni a grafite provenienti della serie “Particolare di Infinito”,  realizzata dal 1969 al 1975,  che riproducono frammenti della parola “infinito”, tentativo utopistico di conferire visibilità e misurabilità al concetto. Sull’altare della cappella di Villa Colloredo Mels è installato un altro proiettore con i raggi luminosi puntati in punti precisi ma apparentemente casuali con la parola “Particolare” leggibile sul corpo dello spettatore che funge da contraltare al proiettore. In questa occasione l’opera si apre “a un ulteriore livello di lettura in senso sacro e metafisico.”[2] .

Dopo questa ulteriore dose di energia si entra nello spazio della “fuggevole bellezza”, della vita moderna in continua trasformazione, della natura colta e trascritta nello spazio di un momento.[3]

Nelle opere di Giuseppe De Nittis, Emile René Ménard, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Amedeo Bocchi, Ettore Tito, Baldassarre Longoni, Francesco Romano, Bruno da Osimo, Giovanni Zoccatelli, Damasco Bianchi, Giuseppe Pellizza da Volpedo, siamo immersi in una natura vibrante di energia e percorsa da forze vitali. Alcuni quadri sono accompagnati da rime poetiche di Eugenio Montale, Pablo Neruda, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Ungaretti, Stéphane Mallarmé, Charles Baudelaire.

Ma è nell’ultima stanza, davanti al sole di Pellizza da Volpedo, dove succede una specie di magia e si può provare lo stesso vigore percepito nella prima sala; una sorta di eco energetico dell’opera di Pistoletto, in cui siamo avvolti da una griglia “solare” al neon gialla come la luce del sole, che rimanda al chiarore dell’alba nell’opera di Pellizza da Volpedo, nel momento di massimo splendore che ti colpisce e ti scuote come uno squillo improvviso. Siamo davanti ad uno degli spettacoli più emozionanti della natura come un fatto poetico assoluto; è il primo passo di una vicenda collettiva che accomuna la natura e l’umanità.

“Il sole” è un’ opera straordinaria da cui irraggia una fitta sequenza di tratti che vanno progressivamente allungandosi verso i bordi della tela “assumendo tutti i colori dello spettro. Il bagliore non elimina ma ingloba in sé e vela la percezione della natura circostante nell’ampia valle in primo piano con alberi e casali di cui s’intravedono le ombre stilizzate. Nel tentativo di cogliere la natura, Pellizza cerca di rappresentarne gli spettacoli più grandiosi, scomponendo i toni della luce tramite la tecnica divisionistica applicata con rigore filosofico e scientifico”.[4]

Lo splendore di queste opere ti coglie in modo così efficace e potente che….ti senti meglio.

Nikla Cingolani

NOTE

[1] Catalogo “Infinito Leopardi. Gli universi dell’arte” a cura di Emanuela Angiuli e Marcello Smarrelli, Silvana Editoriale, 2019, Cinisello Balsamo (MI), pag. 82

[2] Ibidem, pag. 90

[3] Ibidem, pag. 21.

[4] Ibidem, pag. 52

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