Conversazione con Monaldo Moretti

Recanatese di nascita è  uno dei componenti di ZAPRUDER filmmakersgroup, il collettivo vincitore dell’ottava edizione del Premio MAXXI con l’opera Zeus Machine. Il gruppo realizza e produce opere presentate e premiate nei più prestigiosi festival internazionali di cinema ed arte contemporanea.

ZAPRUDER filmmakersgroup è il collettivo di cineasti fondato nel 2000 da David Zamagni, Nadia Ranocchi entrambi di Rimini e da te che sei di Recanati. Ci vuoi dire come vi siete conosciuti e come nasce il gruppo?

Io e David Zamagni ci conoscevamo da quando avevamo 16 anni. Poi ci siamo ritrovati a frequentare il DAMS a Bologna. David lavorava contemporaneamente con la compagnia teatrale Motus. Una sera mi trovai a Roncofreddo, l’attuale sede del gruppo, dove David e Nadia stavano girando un film. Da quel momento nacque la collaborazione e dopo un anno, nel 2001 il nostro film Spring Roll è stato premiato al 48° Oberhausen.

E a Venezia?

Nel 2011 abbiamo avuto il Premio Persol 3-D alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, un premio introdotto in un momento in cui il 3D era in auge.

Il nome Zapruder deriva dal cineamatore che casualmente riprese l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy. Un sarto di Dallas con la sua piccola cinepresa Super 8 diventa l’uomo più famoso dietro la macchina da presa. Voi avete preso in prestito questo nome per l’artigianalità della ripresa considerata una sfida contro i canoni commerciali del prodotto cinematografico?

Ciò che ci interessava di Zapruder è la ricerca del cinema amatoriale. Quando si spedivano le pellicole in Super 8 alla Kodak per lo sviluppo, venivano mandate indietro con il nome “un film d’amateur” e questo per noi è stata una cosa fondamentale. Zapruder è una figura che ha inaugurato un altro tipo di cinema che arriva fino ai video amatoriali delle Twin Towers. Noi ci siamo ispirati soprattutto a Ballard lo scrittore di fantascienza che nel suo libro “La mostra delle atrocità”, in un capitolo parla della morte di Kennedy filmata da Zapruder. Un esempio di come un grande evento diventa mitologia nell’era tecnologica.

Voi vi siete occupati dell’immagine stereoscopia. Come si è evoluta la vostra ricerca sul 3D?

Noi abbiamo iniziato il 3D nel 2005 quando il video a basso costo era delegato al DV (Digital Video) dove l’immagine digitale era molto piatta. Ci siamo orientati verso gli Anaglifo, cioè rilievi scolpiti, grazie alla lettura di George Bataille e della sua idea dell’occhio-tattile. Quando il 3D è esploso noi eravamo già preparati. Il 3D è una tecnologia che esisteva prima della fotografia. Esistevano dei disegni in 3D. Poi, durante gli anni, ha avuto degli apici e decadenze.  Il 3D nel cinema è iniziato negli anni ’50, poi negli anni ’80 con “Lo squalo” e poi nel 2009 con “Avatar”. Ci sono stati periodi di successo che ogni volta hanno coinciso con la crisi del cinema: la prima crisi per l’arrivo della televisione e la seconda per internet. Il guaio del 3d è l’effetto speciale. Hollywood non riesce a creare quel linguaggio che sia legato al cinema. Riesce a produrre questi grossi baracconi con giostre infinite, mentre Bazin già negli anni ‘60 in “Qu’est-ce que le cinéma” parla dell’introduzione della tridimensionalità del cinema come una delle possibilità di ulteriore allungamento del piano sequenza.

La vostra ricerca mi riporta al Panorama di Barker la prima realtà virtuale immersiva ma soprattutto al Kaiserpanorama, il visore collettivo di immagini stereoscopiche di fine ‘800…

Ci siamo ispirati alle forme arcaiche del cinema in un periodo in cui erano molto forti le sperimentazioni linguistiche e tecnologiche, rese in modo poetico. Sul Panorama abbiamo fatto anche un lavoro specifico a Raclawice in Polonia, dove abbiamo ripreso il pubblico mentre ammira il ciclorama della storica battaglia contro la Russia, e mentre guarda succedono delle cose…

L’opera Zeus Machine con cui avete vinto il premio maxxi è un box dorato sopraelevato con un ingresso laterale da cui si accede tramite una piccola rampa di scale, completamente circondato da una pioggia dorata. La paiattaforma è sopraelevata e all’interno l’area è chiusa senza nessun rapporto con l’esterno. Per questo ho pensato a dei riferimenti concettuali con il Panorama di Barker, l’antenato del cinema brevettato sul finire del XVIII secolo, in cui la totale immersione da parte dello spettatore, in quello che all’epoca era considerata la prima forma di spettacolarizzazione della realtà, che scatenò nuove fantasie di totalità e possesso. Infatti le immagini mediate in modo massiccio attraverso la pittura iperrealista,  resero il Panorama un prodotto d’informazione  ma soprattutto  un mezzo potentissimo di propaganda politica, tanto che Napoleone intuì subito l’efficacia e lo utilizzò per mostrare al pubblico le gesta eroiche con le vittorie delle principali battaglie della Rivoluzione e dell’impero. C’è corrispondenza tra questa “macchina del visibile” e la “macchina mitologica”, definizione di Furio Jesi a cui vi siete ispirati?

Abbiamo pensato a Zeus Machine come una tappa del lavoro per arrivare ad un film su Ercole, non come narrazione, ma come mito che si ripercuote nella società contemporanea e successive, e ritrovarlo in cose dove apparentemente non c’è ma viene a mostrarsi continuamente. Furio Jesi apre la questione sulla ripercussione dei linguaggi e del mito stesso.

Oro e potere, un binomio inscindibile. Il “sipario” che circonda la struttura e la sua percezione estetica ricorda la “Pioggia d’oro”, una delle tante trasformazioni di Zeus. Veniamo catturati dal potere della bellezza?

Sicuramente. L’oro rappresenta il legame con divino, nell’antica Grecia e nell’antica Roma l’oro era il segno del divino. D’altronde l’opera è stata concepita come un ritrovamento archeologico, o qualcosa piovuto dal cielo, qualcosa che è lì ma non si capisce bene cosa sia.

Questo luccichio così spettacolare può essere inteso come uno dei tanti giochi di potere che allontanare l’attenzione dalle responsabilità sociali di ciascuno?

Può essere una lettura assolutamente giusta.

Chi entra in Zeus Machine cosa trova?

All’interno della scatola c’è un film girato durante il festival a Sant’Arcangelo dei Teatri. Abbiamo filmato una performance di alcuni scalatori che si arrampicano su un albero della Cuccagna. E’ una gara a tempo scandito non dai soliti strumenti ma da ZEUS, un gruppo musicale che ripropone lo stesso pezzo, ogni volta più lungo senza mai finirlo, fino a quando i partecipanti arrivano alla fine, e così termina anche il brano. La storia di Ercole è un po’ la scrittura di ciò che è segnato nelle stelle, colui che incarna la figura del predestinato ed è costretto a fare degli step per arrivare alla divinità, finché non sale in cielo e diventa una costellazione.

L’opera Zeus Machine è stata esposta fino al 29 gennaio. Ora che rientra nella collezione del Maxxi quali altre occasioni avremo per vederla?

Diciamo che l’opera fa parte dell’archivio e in questa formula non sarà esposta nella collezione. Se ci saranno altri musei che la vorranno esporre, il Maxxi la concederà tramite scambi. Si potrà vedere anche qualora un curatore la scegliesse come opera da riproporre contestualmente a una mostra che organizza.

Attualmente avete dei progetti espositi con quest’opera?

No. Siamo stati al MIART dove abbiamo esposto un’altra macchina chiamata CORDIALE, un altro studio sulla visione ma non interattiva come Zeus Machine.

Prima di concludere puoi spiegarmi cosa intendete per “cinema incarnato” e “teatro incorporeo”?

Dopo 2 o 3 anni che partecipavamo ai vari festival, dove tutto sembrava un po’ stagnarsi, ci siamo stancati e abbiamo voluto ripartire dal cinema quando veniva portato nei luoghi e costruito nelle fiere di paese. In questi spettacoli abbiamo introdotto degli elementi installativi fuori dallo schermo cinematografico. Con Fanny & Alexander con cui collaboravamo in quel periodo l’abbiamo chiamato “Cinema da camera”, dove gli oggetti dentro lo schermo e quelli  fuori  si compenetravano.  Il teatro incorporeo, credo sia legato inevitabilmente al video ma non credo sia una nostra definizione.

Come gruppo avete delle difficoltà da affrontare in ogni progetto? Andate sempre d’accordo?

Siamo in tre e quindi a volte si discute ma è sempre una bella battaglia che rende il lavoro più affascinante.

 

N.C.

(Ascolta l’intervista)

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Nikla

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