Mogol si racconta a Villa Colloredo Mels

Non era proprio convinto di raccontare la storia dell’arcobaleno ma alla fine, dopo un po’ di esitazioni, ha ceduto alla richiesta di una signora tra il pubblico. “Noi milanesi siamo molto concreti e stentiamo a credere ad alcuni fenomeni ma adesso ho voglia di parlarne”. Così Mogol si lascia andare all’ultima confidenza durante l’evento “La forza e la poesia dell’inquietudine. Mogol racconta” nel museo civico di Villa Colloredo Mels a Recanati mercoledì 28 marzo, dopo essere stato intervistato dal M° Ermanno Beccacece, direttore della Civica Scuola di Musica che, con le sue domande, ha sviscerato molti aspetti della sua straordinaria vita di “paroliere”.

Battisti-Mogol è un binomio legato indissolubilmente dal 1965, anno in cui incontra Lucio, fino al 1980 quando, con l’album “Una giornata uggiosa” termina il loro sodalizio. Ricorda il leggendario viaggio a cavallo accompagnati dai figli di Albert Moyersoen, Filippo e Francesca, l’istruttore che insegnò a Lucio Battisti a cavalcare.

Con estrema sincerità parla di dei suoi inizi e di come il padre, dirigente della Ricordi, lo introduce nell’ambiente della canzone, prima come impiegato poi come autore. Lavora con grande difficoltà fino a quando scopre l’automatismo, una tendenza che si forma per abitudine. “Tutti hanno la creatività ma saperla usare è molto diverso”. Per Mogol tutti possono fare tutto, basta coltivare il talento con ore e ore di devozione. (Chissà se l’automatismo, questo procedimento espressivo usato dai pittori surrealisti, vale anche per lui?) Sarà per via dell’automatismo che compone canzoni velocemente e ovunque, anche in macchina. Un quarto d’ora è sufficiente; due ore, il tempo impiegato a scrivere “Emozioni”, son troppe.

La musica, senza la quale non avrebbe scritto nessuna canzone, è la base da cui partire. Sono le note e il loro ritmo a scandire l’articolazione delle parole. “L’autore deve ascoltare la musica e io scrivevo il senso della musica; il compositore non sa il senso della sua musica, è l’autore che glielo deve dare. L’importante è l’emozione.”

Ci tiene a ringraziare lo Stato per un decreto legge con il quale ottiene il finanziamento di 70mila euro per il suo Centro Europeo di Toscolano, volto alla preparazione e alla valorizzazione dei nuovi professionisti della musica, come Arisa, Baccini, Tatangelo e molti altri.

Poi apre una parentesi sul nostro Poeta: “Leopardi è un poeta vivo perché la maggior parte dei poeti non sono vivi! Sono passati alla storia e quelli vivi sono pochi! La poesia non è morta ma ha cambiato mezzo di diffusione”.

Mogol nel 2016 fu candidato per il Nobel alla letteratura. Alla domanda “Lei si sente un poeta?” risponde così:

Poeta è colui che dopo 50 anni tutti riconoscono come poeta

…quindi aspettiamo

Rimane solo da raccontare la storia dell’Arcobaleno, un brano struggente cantato da Celentano che parla di un addio. L’aspetto particolare del racconto è il contatto con una medium di origine italiana e residente in Spagna, che si rivolse a Mogol dicendo di aver avuto una visione e lo pregava di scrivere una canzone che Lucio Battisti voleva dedicargli e che parlasse dell’arcobaleno. L’autore non diede peso a quelle parole ma dopo una settimana arrivò un fax da parte di un amico giornalista con una copertina sulla quale spiccava l’immagine di Lucio Battisti attraversato da un arcobaleno. Mogol ha raccontato in alcune interviste di aver ricevuto dallo stesso Lucio Battisti le indicazioni per raggiungere un libro di testo su uno specifico scaffale di una libreria e di di aprirlo in una determinata pagina nella quale si parlava dell’arcobaleno.

Fu anche protagonista di un episodio inspiegabile mai raccontato prima: l’apparizione di un arcobaleno che lo stava seguendo,  mentre un altro più piccolo arrivò sul cofano della macchina fino a toccarlo. A quel punto decise di approfondire la questione. Si recò a casa di Adriano Celentano dove, insieme a Gianni Bella autore della parte musicale, diedero vita alla stesura del brano.

Un ultimo episodio è successo anni fa quando, in macchina con suo figlio, stava venendo nelle Marche. Mentre attraversavano l’Appennino sotto un cielo azzurro, videro un arcobaleno dai colori vivissimi che li stava accompagnando. Quando alla sera arrivò in Ancona gli comunicarono che Mango era morto. “Noi abbiamo paura della morte perché non la conosciamo ma se credo a quello che ho visto c’è un’altra dimensione”. Con queste parole Mogol conclude l’incontro lasciando la sala visibilmente emozionato, accompagnato dai suoi fan.

L’incontro è parte degli eventi legati alla straordinaria mostra a cura di Vittorio Sgarbi “Solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente. Lorenzo Lotto dialoga con Giacomo Leopardi” che, come ha annunciato il Sindaco Francesco Fiordomo nei saluti iniziali, sarà prorogata di alcune settimane.

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Nikla

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