Lezioni private: Beccacece racconta la storia del matrimonio tra Monaldo Leopardi e Adelaide Antici

Nostalgico di tornare nella sua aula dell’UNIPER di Recanati, il dott. Sergio Beccacece non perde occasione per divulgare le sue osservazioni e i risultati dei suoi studi. In questo periodo di semi-lockdown a causa della pandemia tutti i luoghi sono adatti e, modulando gli orari per non creare assembramento, ha organizzato nel suo garage un’informale conferenza stampa (leggi articolo correlato ) sfociata in una lezione del suo corso “Storie e personaggi recanatesi”. Studioso appassionato di storia recanatese, è costantemente alla ricerca di curiosità e dettagli sui personaggi che hanno fatto grande la nostra città: “Io mi occupo di piccole tematiche, quelle grandi e importanti le lascio agli studiosi e agli intellettuali; leggere le biografie mi consente di scoprire dettagli che aiuta a conoscere meglio il passato e il carattere dei grandi personaggi e Monaldo Leopardi è uno di essi”. 
Il suo interesse questa volta è rivolto al matrimonio tra  Monaldo Leopardi e Adelaide Antici. Beccacece risale alla gioventù del conte Monaldo quando, poco più che diciottenne, dopo la prematura morte del padre, divenne amministratore dei beni di famiglia, incarico che  gli provocò non pochi problemi a causa della sua eccessiva prodigalità. Lo dimostra l’episodio legato alla stipulazione del contratto matrimoniale con la nobile fanciulla bolognese, Diana figlia del marchese Camillo Zambeccari, e della principessa donna Laura Lambertini, provocato da una scelta affrettata e poco ponderata. “La sposa aveva qualche anno più di me, – scrive Monaldo nella sua Autobiografia – la sua calma non combinava con la mia vivacità, trovavo in lei quelle qualità che meritano stima e rispetto ma non quelle che possono appagare il capriccio della gioventù, e in somma mi pareva che il decreto della nostra unione non fosse scritto in cielo.” Riuscì, infine, a liberarsi del contratto e della futura sposa non amata, attraverso un significativo rimborso pecuniario all’improbabile suocero.

Il colpo di fulmine

L’anno dopo, precisamente il 15 giugno 1797, durante la Messa solenne per la festa del patrono nella chiesa di San Vito, Monaldo fissò lo sguardo nella Marchesa Adelaide, Figlia del Marchese Filippo Antici, e se ne innamorò perdutamente. Adelaide era promessa ad un conte Castracane di Cagli venuto a Recanati per conoscere Amalia, la sorella maggiore. Il conte preferì Adelaide ma si vociferava che lei non fosse così contenta. Quando Monaldo ebbe la certezza che il trattato con Castracane fu infranto, offrì la sua mano “certo che non si esitasse, e invece fu così.” Monaldo non sapeva che un altro pretendente, il conte Borgogelli di Fano capitano d’una compagnia di soldati, si offrì anch’egli sposo della giovane Antici. Anche con il Borgelli non andò a buon fine e, dopo qualche giorno, la famiglia Antici accettò la proposta di Monaldo. Tuttavia, il  torto nei confronti di Amalia, “risvegliò la compassione e l’interesse di tutto il paese, ma principalmente dei miei congiunti che avevano un cuore grande quanto una piazza.” Fu così che a Monaldo fu imposto di sposare Amalia e dimenticare Adelaide. “Amando la mia sposa con tutto l’ardore della gioventù, sentendo tutta la forza della parola già data, e conoscendo che la giovane aveva lasciato per me un altro partito, il ritirarmi era impossibile.” 
Monaldo dovette lottare contro l’avversione della famiglia, in particolare della madre, che arrivò persino a inginocchiarsi e supplicarlo in lacrime di non sposarsi con Adelaide Antici. Monaldo per la sua ostinazione rischiò addirittura di essere diseredato.
A posteriori la riflessione che ne ricava è desolante. “Io restai inesorabile al pianto che la mia cara Madre versò ai miei piedi e ne sono punito terribilmente. Gli Arsenali delle vendette divine sono inesausti, e tremino quei Figli che ardiscono di provocarle. Il naturale e il Carattere di mia Moglie, e il naturale e il carattere miei sono diversi, quanto sono distanti frà loro il Cielo e la Terra. Chi ha moglie conosce il valore di questa circostanza e chi non l’ha non si curi di sperimentarlo.

Questo matrimonio non s’ha da fare

C’è qualcosa di manzoniano nella vita di Monaldo, ancor prima dei Promessi sposi. Come mai questa avversione dei Leopardi nei confronti di Adelaide? Monaldo parla di due fatti che potrebbero (ma non lo sono) essere la causa. Il primo è un  fatto del passato che ha lasciato un po’ di ruggine tra le famiglie quando nel 1773 il Collegio dei Gesuiti a Recanati, fondato e sostenuto economicamente dai Leopardi, fu soppresso e con esso saltò anche l’accordo di riavere la somma qualora il collegio fosse disciolto. Papa Clemente XIV “di santa e infausta memoria”, non volle restituire alla famiglia tutti i beni del collegio che vennero concessi in enfiteusi perpetua (diritto reale di godimento)  al Cardinale Antici e “ da allora in poi la famiglia mia aveva conservato sempre un po’ dispetto verso gli Antici.” Bisogna però riconoscere la forzatura per il matrimonio con Amalia che era pur sempre una Antici.
Il secondo è un problema di dote: ad Amalia spettavano novemila scudi, mentre ad Adelaide solo sei. Probabilmente questo era dovuto al fatto che Amalia, essendo maggiore di età di Adelaide e meno ambita della sorella, aveva meno possibilità di sposarsi, perciò una lauta dote avrebbe destato maggior interesse.
Ma sarebbero queste le ragioni per cui “questo matrimonio non s’ha da fare”? Scrive Monaldo “Non so di chi si servisse il Diavolo della discordia per inspirare ai miei parenti quella opposizione e quella ostilità aliene affatto dal carattere loro dolcissimo, ma questi atti legali, non meritati da me, che infine volevo la sorella di quella offertami già da loro, mi incoraggirono a resistere, e decisi che il mio matrimonio avrebbe luogo senz’altro”. E così fu. 
Monaldo e Adelaide si sposarono la mattina del 27 settembre 1797 nella cappella di casa Antici. Dopo la cerimonia l’intenzione di Monaldo era di partire per Pesaro, non prima di salutare la famiglia. La madre di Monaldo abbracciò la sposa e benedì entrambi, raccomandando di tornare presto; lo zio Ettore li pregò di non partire; lo zio Pietro “cominciò a piangere di tenerezza, ci fece mille carezze, e condannando le opposizioni precedute, disse lacrimando, il «diavolo mi aveva preso per i capelli, anzi per la perucca giacché di capelli non ne ho più» (…) La strada era piena di Popolo, e i congiunti e gli amici intervenuti alle nozze stavano tutti alla fenestra, aspettando l’esito della nostra visita.” Fu lo zio Pietro a dichiarare che la pace era fatta e a ordinare che si smontasse la carrozza per poi condurre tutta la brigata in casa “e tutti i tumulti preceduti finirono in allegria e pace.”

Nascita di Giacomo

Il giorno 29 giugno 1798 alle ore 19 nacque Giacomo Leopardi (conteggio effettuato a partire dal tramonto: in effetti Giacomo nacque alle tre del pomeriggio). Nella  fotocopia della partecipazione alla nascita scritta da padre Monaldo, documento avuto da Carmela Magri con il permesso della famiglia Leopardi, si legge: “Adelaide Antici mia Moglie si sgravò felicemente di un Maschio dopo nove mesi di Matrimonio”. Beccacece, riprendendo la frase “il mio matrimonio avrebbe avuto luogo senz’altro”, nota la stranezza da parte di Monaldo nel voler puntualizzare sul periodo del Matrimonio, equivalente a quello della gestazione, ma sono dettagli che sfociano in allusioni maliziose fini a se stesse.

Leggendo invece l’ “Autobiografia” di Monaldo, emerge una figura imprevedibile, sorprendente per la vivacità, l’ironia, l’acutezza delle osservazioni, slanci d’affetto. Monaldo fu un reazionario sì, ma di ampie vedute. Permise ai figli, compresa Paolina, di leggere i libri proibiti dal Sant’Uffizio, cosa davvero impensabile a quel tempo; fu il primo ad introdurre, somministrandolo ai propri figli, il vaccino contro il vaiolo nello Stato Pontificio; si impegnò per lo sviluppo industriale e sociale della propria città, occupandosi della costruzione di infrastrutture, ospedali, un impianto di illuminazione notturna, dando sostegno ai meno abbienti, riducendo le tasse e rilanciando gli studi pubblici. Questo non gli impediva di proporsi in veste di giudice severo della Rivoluzione. 
“Che peccato che Monaldo sia un reazionario!” Scrisse Alberto Moravia nell’introduzione del piccolo volumetto “Viaggio di Pulcinella”. Moravia dedicò a Monaldo un saggio nel 1946, considerando la sua opera un utile strumento per comprendere la personalità del suo dotatissimo figlio Giacomo. Nel 1971 fu sempre  Moravia a rendere nota l’Autobiografia scrivendone l’introduzione, dove riconobbe a Leopardi senior  il “fiuto geniale” su alcune lungimiranti analisi sul nazionalismo e i suoi mali descritti con “insolita acutezza“.

-Nikla Cingolani

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