La statua di Gregorio XIII e la Fonderia Recanatese

Il 24 luglio del 1577 ad Ascoli in Piazza del Popolo fu collocata la statua in bronzo di Papa Gregorio XIII realizzata dalla scultore Girolamo Lombardi, allievo del Sansovino, aiutato dal fratello Ludovico, fondatori insieme al loro fratello Aurelio della prestigiosa fonderia artistica recanatese. Dopo la battaglia di Torre di Palme di Fermo (1798), arrivarono le truppe francesi e, con la scusa di aver bisogno di bronzo per fabbricare cannoni, la fecero abbattere. Il basamento rimase in Piazza del Popolo dove sorgeva la statua, ma fu posto in un angolo. Nel 1863 venne portato nel Giardino Comunale dove tuttora si trova. Della scultura[1] realizzata sicuramente nella Fonderia Artistica Recanatese vi è una descrizione Nelle “Memorie intorno i Letterati e gli Artisti della città di Ascoli” di Giacinto Cantalamessa Carboni:

“Quella grandiosa statua fu collocata a capo della piazza del Popolo nel di 24 Luglio dell’ anno 1577 ed era pontificalmente vestita, con in testa il triregno, stante in nobile seggio pur di bronzo, in atto di benedire; figura bellissima e vivace sommarnente ed espressiva. Era decorata da squisiti ornamenti, da bassi rilievi diligentissimamente istoriati nel cappuccio del Piviale, Tritoni nella sedia e Draghi, insegna dei Buoncompagni, che colle ali e colle lor teste venivano a for mare i hracciuoli della medesima sedia, elevata su di un piedestallo di pietra tutto intiero di un pezzo e bene ornato, colla seguente analoga iscrizione.

D . O .M .

. GREGORIO . XIII .

.PONT .OPT. MAX.

OB . AGRI . DITIONEM . PRISTINAMQVE

DIGNlTATEM

ClVlBVS . RESTlTVTAM

SEN . POP . Q . ASCVL . EREXIT

ANNO . MDLXXVII .

Una tale statua il dì 1 Dicembre del 1798. giorno che i patrj Annali diranno molto acerbo per le tumultuazioni Repubblicane, fu ridotta in pezzi, e funne derubato il bronzo; e per tal guisa con pazzo e barbarico furore fu distrutto un monumento bellissimo della patria riconoscenza, che interessava le arti non meno che la storia Ascolana. Que‘ tristi giorni di politica demenza furono perniciosi alle belle arti. Correvasi tosto a cancellare e a guastare laddove avvenisse di scorgere in qualche monumento araldici predicati e stemmi gentilizj. Aggiungerò qui (e pongo fine al ragionare delle cose del XVI secolo) che ho veduto nell’ Archivio dei Signori Canonici della Cattedrale una carta pregevolissima, una lettera cioè del famoso Giorgio Vasari indirizzata al Vescovo di Ascoli e datata da Firenze il giorno 24. Settembre 1573, e riguarda un ciborio che si costruì ad uso di quella Chiesa sul modello che ne fece quel celebrato artista e scrittore.

Il contratto fu stipulato il 17 novembre 1573 in Ascoli e vi è così scritto:

“Essendosi con il nome d’Idio, e del beato Emidio protettore della magnifica città di Ascoli a gloria et honore di papa Gregorio XIII concluso fra la magnifica comunità d’Ascoli, e messer Lodovico Lombardi quale se obliga, et a nome di messer Hieronimo suo fratello promettendo de rato per lui, che s’habbia a fare la statua di detto papa Gregorio da essi fratelli. Sono venuti fra loro all’infrascritti capitoli:

in prima che Lodovico promette in nome suo e del fratello che tutta la statua di metallo sarà senza il dado alta dieci palmi alla misura d’Ascoli; e detta figura starà a sedere sopra una sedia pontificale pure di metallo. La statua si darà condotta in Ascoli a tutte spese e risico de’ sudetti messer Lodovico e messer Hieronimo eccitto che del mare, dove occorrendo disgrazia, ch’Idio non voglia, o di fortuna, o, di corsarij in tale caso sia il danno della città.

Promettono li su detti dare detta statua finita in Ascoli fra un anno, cominciando da hoggi al più tardi. Promettono li deputati di pagare a messer Lodovico e messer Hieronimo per manifattura di detta statua scudi mille di moneta corrente nella Marca in tre partite. Promettono di provvedere alli sudetti fratelli li bovi, fune, taglie, et altri ordigni per condurre la statua dal Porto d’Ascoli in Ascoli. 

E per osservanza, di tutte le sopra dette conventione li sudetti deputati e messer Lodovico e messer Hieronimo suo fratello assente, quale promette sotto scriverà questa conventione, sottoscriveranno il present’obligo con altro appresso di simile tenore, di loro propria mano questo dì 17 di novembre 1573.

Io Gio: Francesco Viccio

Io Giovan Antonio Guiderocchi

Io Jovan Filippo Cautj

Io Gio: Vincenzo Salladini

Io Ludovico di Lombardi in nome de Hieronimo mio fratello e mio mi obligo quanto in questo foglio si contiene”.

La Fonderia Artistica Recanatese a la Scuola di Scultura

Il seguente testo è tratto dalla conferenza tenuta presso al Biblioteca il 10 maggio di quest’anno dal prof. Marco Moroni in riferimento ai due volumi dal titolo “L’arte della scultura e del getto: la scuola recanatese di scultura” scritti da padre Flaviano Grimaldi pubblicati pochi anni fa, fondamentali per la ricostruzione di tale realtà.

Dalla metà del ‘500 per oltre un secolo la Fonderia Artistica di Recanati fu di assoluta importanza a livello nazionale, riconosciuta per la qualità e per l’alto valore artistico. Nell’arco di 100 anni alcuni scultori tennero viva questa attività: i fratelli Lombardi – Aurelio, Girolamo e Ludovico; i Calcagni: Antonio e Michelangelo; Tiburzio e Giovanni Battista Vergelli, Sebastiano Sebastiani, Giovanni Andrea Passioni, Giovan Battista Vitali, Cesare Sebastiani, Tarquinio e Piero Paolo Jacometti, Francesco Guglielmi, Ignazio Bracci.

Contesto storico e nuove attività

Nel 1468, per volontà del vescovo di Recanati, il forlivese Nicolò de Astis, ossia Nicolò dall’Aste, cominciarono i lavori per la costruzione del grande Tempio, sia a protezione della Santa Casa, per accogliere la gran folla di pellegrini sempre crescente che vi si recava in visita. Morto il vescovo già l’anno dopo, nel 1469, fu Papa Paolo II a proseguirne i lavori, anche perché, quando nel 1464, ancora cardinale, venne in visita a Loreto, sarebbe stato miracolosamente guarito dalla Madonna. Nel 1587, con l’aggiunta della facciata, l’edificio poté ritenersi finalmente concluso. La basilica di Loreto diventa in breve tempo un luogo di culto di grande forza taumaturgica che richiama un gran numero di fedeli. Il loro rapporto con il sacro richiede forme particolari di devozione come lo strofinarsi lungo il cordolo di marmo solcato dal movimento delle ginocchia dei devoti. Altri si strofinano lungo le pareti, talvolta grattano la superficie per portare con sé un ricordo che abbia un legame con il luogo sacro.

Con la presenza sempre in crescita di pellegrini aumentano le richieste di oggetti devozionali. Si arriverà a pulire le pareti e raccogliere la polvere – ci sarà un personale incaricato – con la quale si realizzeranno delle scodelle. Si realizzano santini con il velo della Madonna messo il venerdì santo che, una volta tolto, si ridurrà a pezzettini. Si producono oggetti in cera e in metallo come le placchette con la figura della Madonna con la tipica dalmatica, e le corone per il rosario realizzate dalle donne dette “le coronare”. Si creano oggetti in argento o in oro e per questo si eseguono controlli costanti per salvaguardare i pellegrini dagli imbrogli. Recanati, che controlla Loreto fino al 1586, manda un capitano a controllore la qualità e l’autenticità obbligando l’artigiano a mettere il suo timbro. Questo presuppone che ci siano esperti orafi, argentieri e medaglieri. Alcuni di loro faranno fortuna come Francesco Polini e i suoi figli, tanto da diventare Consigliere di Comunità. A quel tempo agli artisti era permesso l’ascesa sociale al rango di nobile e quindi di far parte del Consiglio patriziale di Recanati. I Polini avranno rapporti anche con Lorenzo Lotto. [2]

Cantiere Loreto

Il culto della Madonna di Loreto ha origini antiche e ha conosciuto interessanti e talvolta singolari fasi di sviluppo. Fulcro della devozione è il cosiddetto sacello della Santa Casa il quale, secondo la tradizione, altro non sarebbe che l’abitazione nazarena della Vergine, in particolare la stanza nella quale ha avuto luogo l’episodio dell’Annunciazione e si è compiuto il mistero dell’Incarnazione di Cristo. Sollevata miracolosamente da una schiera angelica per scampare alla furia degli infedeli nel 1291, la Santa Casa intraprende un lungo e travagliato viaggio verso Occidente, concludendo il suo volo sul monte di Loreto dove viene adagiata nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1294. Una testimonianza la dobbiamo ad un eremita, fra’ Paolo della Selva. Il sant’uomo, residente nelle vicinanze del santuario, confida al Teramano di essere stato testimone, nel 1463 circa, dell’apparizione della Vergine con il Bambino sopra il tetto della chiesa di Santa Maria, la quale avrebbe riconfermato l’autenticità del volo angelico avvenuto circa due secoli prima. [3]

Agli inizi del 1900, però, nuovi elementi vennero alla luce, e sulla questione poterono formarsi nuove ipotesi. L’archiatra pontificio, medico personale di Leone XIII, Giuseppe Lapponi, consultando un plico relativo a Loreto negli Archivi Vaticani scoprì un documento del 1294, risalente proprio all’epoca della presunta “traslazione miracolosa”. Secondo questa, ed altre fonti, quindi, una nobile famiglia bizantina di nome Angeli si incaricò nel XIII secolo di salvare i materiali della Santa Casa dalle insidie musulmane per ricostruire a Loreto l’edificio originale. Non solo si ha una coincidenza dell’anno in cui avvenne questo spostamento (anche i mesi sono molto prossimi –ottobre/dicembre-) ma anche il fatto che la famiglia Angeli avesse dei terreni proprio a Loreto.

        

Loreto è un grande cantiere artistico dove approdano i maggiori artisti del momento mandati da Papa. Si alternano architetti del calibro di Giuliano da Maiano, Baccio Pontelli, Donato Bramante, Giuliano da Sangallo, Francesco di Giorgio Martini, Andrea Sansovino e Antonio da Sangallo il Giovane, mentre un imprecisato numero di scalpellini, artigiani e semplici garzoni di bottega frequentano a vario titolo il santuario, concentrando i propri sforzi nei cantieri della basilica e del Palazzo Apostolico. Tra loro anche architetti esperti per costruire mura di difesa delle truppe che attaccano le coste italiane ed è per questo che Loreto è una grande fortezza.

Meno noto è che Loreto è anche un cantiere religioso pastorale, dopo che Lutero con le sue 95 tesi ha inchiodato la Chiesa la quale si muove non solo con la controriforma (condanne, inquisizioni, persecuzioni) ma anche con la riforma cattolica. Loreto sarà uno dei luoghi dove si sperimentano alcune novità che si concretizzeranno al Concilio di Trento e che non hanno niente a che fare con l’inquisizione. I gesuiti, porteranno importantissime novità per produrre una crescita della religiosità popolare: la comunione settimanale, come richiede Francesco di Sales, se non addirittura quotidiana (una volta si faceva una volta all’anno), la diffusione del culto per il sacramento, e la dedicazione mariana del mese di maggio assecondata attraverso l’incremento di rituali di grande effetto (pellegrinaggi, fastose cerimonie, splendide liturgie). Uno degli innovatori sarà il gesuita spagnolo Nicolás Bobadilla, sepolto nella chiesa di San Vito, fondatore con Ignazio de Loyola della Compagnia di Gesù.

La scuola di scultura a Recanati

A Loreto si sta compiendo il rivestimento marmoreo del sacello guidato dal Sansovino. Il piccolo Sacello lauretano in mattoni viene ricoperto da questo rivestimento marmoreo secondo alcuni solo per abbellire, secondo Grimaldi per raddrizzare la posizione rispetto all’edificio poiché non è al centro ma è obliquo e quindi il rivestimento è più largo da una parte. [4] L’ambizioso progetto del rivestimento marmoreo, portato a compimento negli anni Trenta, viene affidato in un primo momento a Bramante; nel 1513 la direzione dei lavori passa ad Andrea Sansovino, al quale sono attribuiti i bassorilievi di maggior pregio, seguito da Antonio da Sangallo il Giovane e da una folta schiera di scalpellini e scultori in qualità di collaboratori.

Il 1539 segna l’arrivo a Loreto dei fratelli Lombardi mandati dal Papa per realizzare le statue di marmo del rivestimento del Sacello. Aurelio (seppellito in Santa Maria in Varano), Girolamo e Ludovico Lombardi sono i fondatori della Scuola Recanatese. [5] Venivano da Ferrara ma lavorarono a Venezia.

Scelsero di lavorare ed abitare a Recanati perchè Loreto a quei tempi non aveva i comfort sufficienti. Recanati, città vicina a Loreto, forniva i mezzi necessari a degli artisti meritevole quali loro erano, e siccome i Recanatesi ne conobbero il vantaggio, per manifestare la loro gratitudine concessero alla famiglia  Lombardi alcuni privilegi, chiamandoli perfino alle cariche ed al governo della loro Città.

Nella loro bottega si formarono molti giovani volenterosi e di talento, dando vita ad un importante polo fondiario dell’Italia centrale, insegnando la matura tecnica veneta a tutti gli operatori.

Dapprima chiamati a scolpire dovettero, poco dopo, realizzare fusioni in bronzo. Incominciano prima con un lampadario per la cappella del Sacramento, poi crocefissi in bronzo, tabernacoli, candelieri, fino a realizzare le porte della chiesa, le statue di Sisto V, di Gregorio la Fontana dei Galli, la Fontana Maggiore. Realizzano anche altre opere come fonti battesimali, cannoni ornati , oggetti del quotidiano e avranno commissioni anche da Camerino, Fermo, Ascoli, Roma, Milano, Rimini, Faenza e Ragusa (Dubrovnik) – nel cortile del Palazzo dei Rettori c’è un mezzo busto di Michael Prazatto, un cittadino benemerito ragusano, voluto dai nobili di Ragusa e realizzato dai recanatesi. Mentre a Recanati nel museo diocesano è conservato il busto di Francesco Alberici (opera di Antonio Calcagni). Nella loro fonderia uscirono opere importanti come il fonte battesimale di Praga e il Tabernacolo in bronzo che orna l’altare maggiore del Duomo di Milano.

Tutte queste opere comprese quelle di grandi dimensioni furono eseguite a Recanati perché Loreto era una piccola realtà e non offriva agi sufficienti, né era in grado di contenere altre competenze. (Anche se per il trasporto non era facile si risolse con i carri a ruota bassa che ondeggiavano meno e riuscivano a realizzare questo difficile e delicato trasporto in discesa). Inoltre Recanati così come Fermo e Pesaro era una realtà che aveva la propria zecca. I metalli quindi arrivavano prima che in altri luoghi.

In città si contavano 3 fonderie. La più importante è quella della rispettiva via nel quartiere di Montemorello. I Lombardi lavoravano nel sotterraneo di una casa difronte al giardino dei Conti Leopardi. Qui, qualche secolo dopo, si sono trovate scorie di metallo. In un primo tempo stava nei pressi della chiesa di San Vito perché Girolamo con la sua famiglia abitò nella contrada detta borgo mozzo, ossia borgo muzio dietro la Chiesa di S. Vito. Le altre due di Antonio Calcagni e Sebastiano Sebastiani si trovavano nel quartiere sant’Angelo. La terza a Monte Volpino presso l’impicciolata o l’impiccolata ma non sappiamo se sia la stessa cosa.

Materie prime

L’argento proveniva da Ragusa perché i ragusei controllano le miniere dei Balcani, in Bosnia e Serbia. La Bosnia, infatti, era chiamata argentina. Ragusa fa concorrenza a Venezia fino al 1463 quando i ragusei riescono a controllare la commercializzazione. Sono loro che portano l’argento nelle località della Marca. Poi la Bosnia passa sotto il controllo turco il quale non permise loro di commercializzare l’argento.

Il Bronzo è una lega di rame e stagno (3/4 rame 1/4 stagno). Lo stagno si trova con difficoltà e a volte, si sostituisce con lo zinco e l’ottone, talvolta con oro o argento. La lega di rame e zinco, costava meno e fondeva prima. Molte materie prime vengono acquistate direttamente a Venezia oppure ad Ancona tramite le navi che le trasportano. Recanati grazie al il suo porto andava a Venezia con le sue navi. [6]

Serviva anche la trementina come solvente per la lavorazione della cera, la Pece greca utilizzata per rendere la cera pastosa e solida. La cera scoraticcia gialla veniva dai Balcani. Era utilizzata per le candele che ardevano continuamente, tanto che il fumo annerì il volto della Madonna, mentre le colature venivano riutilizzate e rivendute agli scultori per realizzare altre candele.

Le parti in ferro dette ferrarecce (oggetti in ferro che andavano dai chiodi alle vanghe, alle corazze, alle spade) venivano commercializzate dai mercanti bresciani a Venezia. [7]

Il metodo

La cera persa. Per prima cosa si fa il bozzetto poi lo scultore realizza prima un modello in creta o in legno che funzionerà da anima della scultura. Il modello viene ricoperto con cera per modellare. Lo scultore completa in cera tutti i particolari della scultura ottenendo il modello che dovrà essere realizzato in bronzo. Al modello sono applicati alcuni canalini in cera che segnano il percorso che dovrà effettuare il bronzo fuso per realizzare la statua; il percorso deve contemplare: un imbuto per l’entrata del metallo fuso; un canale principale; diversi canali secondari distribuiti a lisca di pesce dal basso verso l’alto per controllare l’afflusso del liquido; alcuni sfiati per la cera collocati nella parte superiore; altri scarichi per la cera collocati nella parte inferiore. Il modello, in seguito, è ricoperto di terra refrattaria lasciando sporgere l’imbuto per la colata, gli scarichi e gli sfiati della cera. Al modello sono applicati alcuni chiodi per fissare l’anima della statua in terra refrattaria all’involucro che copre il modello in cera (per evitare lo spostamento dello spessore della statua una volta sciolta la cera). Il modello è messo a cottura per sciogliere la cera che uscirà dagli scarichi e dagli sfiati e per consolidare lo stampo. Dopo aver sigillato i fori di scarico si versa, con un crogiolo, il bronzo fuso. In seguito, il modello è lasciato raffreddare per procedere con gli scalpelli allo smantellamento della terra refrattaria (scoccaggio). Smantellata la statua dalla terra refrattaria lo scultore, con un seghetto e le raspe, elimina i canali dei getti principali e secondari. I buchi e le imperfezioni della superficie saranno tutti accuratamente saldati e solo allora si potrà intervenire con lime, raspe, e in ultima fase cesellata con appositi ferri, appunto ceselli. In seguito, lo scultore, può procedere alla lucidatura e qualche volta si arriva a dorarla o a verniciarla.

Attorno a queste lavorazioni cominciano a ruotare altre figure di dipendenti collaboratori. Servono fabbri per i cardini delle porte e le chiusure di vario tipo. Servono i tagliatori del legno per l’anima in legno, ceraioli per la cera persa, cesellatori, pulitori e rinettatori del bronzo, smaltatori, ottonari[8], orafi[9], argentieri[10],manovali, facchini, trasportatori, carrai, mulattieri, carbonai. C’è un mondo attorno a questa scuola. Gli artisti saranno solo 15 ma attorno a loro lavorano altri personaggi.

L’attività di artista permette loro l’ascesa sociale che riescono ad essere aggregati e consiglio patriziale della città. Questo significa diventare nobili proprio in quanto artisti. L’attività artistica viene elevata a nobile escludendo gli artigiani.

Questo gruppo di artisti era legato da rapporti sia lavorativi che endogamici: Trivurzio Vergelli sposa Francesca Vitali che è sorella dello scultore Giovan Battista Vitali. La sorella di Antonio Calcagni[11] sposa Piero Paolo Jacometti.

Il declino a metà ‘500

Fonte Battesimale, Duomo di Recanati

Piero Paolo Jacometti registra nella fonderia l’ultima presenza nel 1658. Artista completo è pittore, scultore, architetto. Fu allievo dello scultore Antonio Calcagni, suo zio, e in collaborazione col fratello Tarquinio eseguì la fontana in piazza del Santuario a Loreto (1625), e quella della piazza dei Galli. L’opera sua maggiore è il fonte battesimale del duomo di Osimo (1627), eseguito in collaborazione col fratello, in cui l’elemento scultorio ha notevole importanza, conferendo animazione composta all’organismo architettonico. Dalle Memorie si evince che fu sempre grazie alla mediazione del Pomarancio, con cui collaborò fino al 1615, che ricevette le prime commissioni come scultore. A Recanati ha realizzato opere mostrando capacità e talento in ogni sua competenza.

Come scultore ha realizzato la monumentale Traslazione della Santa casa di Loreto attualmente collocata su un prospetto della torre del Borgo rivolto verso la piazza. Il bassorilievo in bronzo, datato 1634, faceva parte della facciata del vecchio palazzo comunale, il Palazzo Dei Priori, per poi essere trasferito sulla torre nel 1872, quando questo fu demolito. La Fonte Battesimale con il bellissimo Cristo in bronzo nell’atto di ricevere il Battesimo si trova nella Cattedrale di San Flaviano.

Come pittore ricordiamo “L’ultima cena” o come lui stesso la definì nelle sue Memore “La cena del Signore”, una grande tela conservata nella chiesa di San Francesco sulla parete a sinistra dell’altare maggiore. Altri suoi dipinti sono andati perduti.

Come architetto si occupò della Chiesa dell’Assunta oggi parte della Fondazione IRCER, la casa di riposo nel palazzo che fu di Ginevra Ginevri, e il portale della Chiesa di San Vito.[12]

Con lui finisce la scuola di scultura ma è solo un capitolo perché si apre un capitolo che è quello della pittura. Oltre al Pomarancio Cristoforo Roncalli, lavorarono a Recanati  altri artisti come alcuni caravaggisti (Madonna dell’Insalata), Federico Zuccari, Pier Simone Fanelli, Pasqualino da Recanati, il Guercino. Con Jacometti si chiude l’esperienza della scultura ma si apre un nuovo capitolo dove gli artisti saranno capaci di muoversi come i grandi italiani del rinascimento.

Note

[1] Secondo il Baldinucci dopo la morte di Ludovico fu Antonio Calcagni ad aiutare Girolamo e fondere la statua di bronzo da erigersi nella piazza di Ascoli.

[2] Sappiamo ora con certezza che nell’ottobre dello stesso anno Lotto ricompare nelle Marche, inaugurando un periodo di intenso lavoro e di molte relazioni che si concluderà fra il novembre e il dicembre del 1539 con il ritorno a Venezia. L’artista si muove su rotte consolidate, ritrovando le sue vecchie conoscenze. Il primo documento di questo periodo lo segnala infatti a Recanati nel pieno della era: il 20 di ottobre 1533, “dominus Laurentius Lotus pictor” nomina procuratore Giuliano di Francesco Polini a riscuotere a suo nome quattro scudi dall’orefice Pasquale veneto, a cui il pittore aveva venduto un anello d’oro con un’agata e uno smeraldetto di paragone. Giuliano è il primogenito di quel Francesco o Cecco Polini che abbiamo visto fra i finanziatori del polittico di San Domenico nel 1506: orafo come il padre, di cui eredita la bottega, insieme ai fratelli Aurelio e Girolamo ne prosegue l’attività, che consiste soprattutto nella produzione e nel commercio di paternostri e oggetti devozionali venduti anche a Loreto. È interessante qui dunque non solo che Lotto riapprodi a Recanati e che riprenda i contatti con i Polini, ma che sia immerso nel mondo dei gioiellieri, un ambiente a lui estremamente gradito, a Venezia e Treviso come a Recanati.

[3] Leggiamo da una cronaca del 1465 (a sua volta presa da una vecchia ‘tabula’ del 1300) queste preziose parole: “L’alma chiesa di santa Maria di Loreto fu camera della casa della gloriosissima Madre del nostro Signore Gesù Cristo… La quale casa fu in una città della Galilea, chiamata Nazaret. E in detta casa nacque la Vergine Maria, qui fu allevata e poi dall’Angelo Gabriele salutata; e finalmente nella stessa camera nutrì Gesù Cristo suo figliuolo… Quindi gli apostoli e discepoli consacrarono quella camera in chiesa, ivi celebrando i divini misteri… Ma dopo che quel popolo di Galilea e di Nazaret abbandonò la fede in Cristo e accettò la fede di Maometto, allora gli Angeli levarono dal suo posto la predetta chiesa”.

[4] Secondo Grimaldi il rivestimento è stato realizzato perché si voleva abbattere la santa casa. Tuttavia l’iconografia della traslazione della Santa Casa, assolutamente innovativa e distintiva, si impone in breve tempo nell’immaginario devozionale collettivo e ancora oggi identifica in modo quasi esclusivo il culto, perciò molti si ribellano a tale scelta.

Secondo padre Grimaldi, la conferma che al momento dell’avvio dei lavori si intendesse realmente distruggere l’antica chiesa proverrebbe dalla sua posizione fuori asse rispetto al corpo del nuovo edificio, anomalia strutturale evidentissima tanto in pianta quanto a occhio nudo che secondo lo studioso non può essere spiegata in altro modo: è da escludere che in un cantiere di tale portata fosse prevista, nella seconda metà del Quattrocento, una disarmonica collocazione di quello che avrebbe dovuto essere il cuore fisico e simbolico dell’intera fabbrica. L’impostazione stessa della basilica fornirebbe la prova: se fosse stata concepita per custodire e glorificare la presunta Santa Casa, a rigor di logica quest’ultima avrebbe dovuto necessariamente costituire il perno dell’intera struttura, considerando anche il fatto che, a quanto pare, nessun vincolo tecnico o geologico ne avrebbe ostacolato l’allineamento. Non solo il sacello è asimmetrico rispetto all’andamento del nuovo tempio, ma non si inserisce nemmeno nel suo contesto strutturale in quanto decentrato rispetto alle direttrici tanto dell’ottagono della cupola soprastante quanto della basilica stessa.

[5] A Recanati c’era già Lo scultore fiorentino Pietro Torrigiani (1472-1528) il rivale astioso che ruppe il naso al giovane Michelangelo. Per la Chiesa di San Domenico realizza la statua di un San Sebastiano, nella quale si mostra, sotto la ridipintura, una qualità che potrebbe davvero indicare la paternità del fiorentino. Torrigiano lascia opere di valore, specialmente in terracotta e in marmo, non solo nella sua terra, ma anche in Inghilterra e in Spagna, dove finì la sua vita.

[6] Calcagni lavora l’argento con lamine d’oro. Un esempio sono le statue dei profeti andate perse perché saccheggiate dai francesi nel ‘700 così come l’altare d’argento del Duomo di Recanati e la statua in bronzo del Papa sopra Porta Marina.

[7] Si stringeranno rapporti con il mercante di ferracce bresciano Giacomo Petroni.

Attorno a questa realtà ci sono mercanti locali importanti come il recanatese Vinciguerra Gigli, il maggiore mercante di corone sulla piazza lauretano-recanatese nella prima metà del Cinquecento, ma anche mercanti che venivano da fuori come il banchiere Agostino Chigi, uno dei grandi spiriti del ‘500 per il livello d’ingegno e virtù, proprietario del celebre banco a Roma.

[8] Narciso Bianchi di Recanati e Giuseppe di Simone da Macerata erano specializzati alla lavorazione dell’ottone

[9] Giovanni Andrea Massioni (Mascioni) di Recanati era scultone, argentiere, orefice; nelle sue memorie scrive: 1611 – ho 42 anni, la mia abitazione è in Castelnuovo vicino alla casa di Angelo Bastaro.

[10] Lodovico Irundini di Recanati, Orazio Gasparrucci di Recanati, Mariano Sebastiani medagliere, Angelo Breccia di Loreto.

[11] Antonio Calcagni, figlio di un notaio, proviene da una famiglia svolto un ruolo importante nella città di Recanati essendo presenti nel consiglio comunale. Nel 1572 sposò la nobildonna recanatese Laura di Girolamo, Bonamici, che condusse nella dimora paterna del borgo di Castelnuovo finché nel 1574, anno della divisione dei beni paterni, si trasferì in una casa presso la chiesa di S. Agostino dove rimase fino alla morte avvenuta il 9 sett. 1593. Fu sepolto nella chiesa stessa di S. Agostino, e la lastra di marmo con lo stemma di famiglia scolpito dallo stesso Calcagni fu messa in situ soltanto nel 1651 dal figlio Michelangelo. Nel rione Castelnuovo prima c’erano famiglie importanti: i Giunta ricchissimi, i Rogati, i Confalonieri i Lunari, i Politi,. Poi dal 500 si spostano verso la Piazza Lunga in centro, diventata la vetrina della città. I Calcagni sono una delle famiglie più importanti di Castelnuovo. I Giunta e i Rogati c’entrano con la scuola di scultura per via di rapporti parentali. I Rogati sono legati ai Massilla che hanno fatto costruire una loro cappella a Loreto, con un monumento in bronzo voluto da Ginevra Massilla di San Severino sposa di un Roganti. La figlia di Massilla si sposerà con un Massucci, ricchi proprietari fondiari.

[12] Dopo il terremoto del 1741 Vanvitelli realizza la nuova facciata ma il portale il portale è rimasto l’originale dello Jacometti.

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Nikla

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