Intervista alla cantautrice Marta De Lluvia

La cantautrice recanatese Marta De Lluvia, si è fatta notare al Premio Bianca d’Aponte vincendo la categoria “miglior testo”, ed ha conquistato le finali delle Targhe Tenco 2019 come “miglior opera prima”. Attualmente vive in Belgio dove l’isolamento per l’emergenza Covid-19 è iniziata lo scorso 17 marzo con misure meno severe rispetto all’Italia. Anche lì i concerti sono stati annullati e si parla del 31 agosto come data per la ripresa degli eventi. In Belgio, ha fatto sapere Marta De Lluvia, non c’è un vero e proprio status di artista ma si può beneficiare di un sussidio di disoccupazione per i mesi in cui non si riesce a lavorare. In questo periodo emergenziale il settore culturale però chiede di più. È reduce dal primo album solista, “Grano”, fortunato esordio che ha convinto a pieno critica e pubblico. Un album intimo e delicato, tra paura e desiderio, lungo la strada tortuosa che porta alla consapevolezza, in cui anche il dolore può arricchire.

Ho conosciuto Marta due anni fa, ospite della mia trasmissione a Radioerre come poetessa e artista sperimentale nell’ambito delle arti visive. Oggi ho il piacere di intervistarla di nuovo.

“Che voglia di … grano” è l’incipit della tua canzone Grano. Ti sembrerò venale ma il titolo mi ha ricordato la frase di una canzone di Battiato del 1979 “il grano fa pensare ai soldi” e mai come in questo momento non si pensa ad altro che al bisogno di liquidità per affrontare le gravi problematiche sociali causate dal Covid19. Il mondo della musica è uno dei più colpiti e ha reagito con diverse iniziative. Secondo te cosa si poteva fare e non è stato fatto?

Il grano simboleggia, in effetti, la ricchezza. La ricchezza di cui parlo nella canzone è di tipo interiore, fatta di affetti, di poche cose semplici ma stabili, che non si svalutano nel tempo. Il mondo della musica purtroppo ha sempre “tirato a campare”. Se 30/40 anni fa però, anche senza tutele, anche senza essere riconosciuti come lavoratori a tutti gli effetti, i musicisti potevano contare su un tessuto di eventi, concerti, locali, in fondo un tessuto culturale e sociale piuttosto solido (nonostante tutti i suoi problemi), da molto tempo progressivamente si riducono le possibilità di live e le piattaforme digitali mangiano la stragrande maggioranza del guadagno degli autori (solo per nominare due dei tanti problemi esistenti). L’arte è completamente isolata, non serve alla politica perché nella maggior parte dei casi non è funzionale a nessuna propaganda, non genera più economia e ora sembra non servire più nemmeno alla società, a quella di massa, almeno. Allora ritorno al grano come ricchezza interiore e come senso di identità. C’è bisogno di riaffermare i propri diritti e il proprio valore nella società, ma forse prima questo valore va riscoperto proprio dalla musica/dall’arte stessa.

In una canzone dici di sentirti come una spettatrice inutile e felice. Ti senti ancora così dopo il Covid19?

Nella canzone parlo di un sentire legato a una situazione molto precisa (è dedicata ai miei due nipoti). Sull'”attivismo” e l'”utilità” dell’arte specialmente in questo momento storico, se è su questo che verteva la domanda, dico che in generale non mi pongo il problema dell’utilità, specialmente quando scrivo. “Utile”, andando un po’ alla radice della parola, è qualcosa/qualcuno da cui si può trarre un vantaggio, un ritorno. Al contrario, la musica, l’arte sono espressioni profonde e quindi libere, profondamente “ribelli”. Se si rivelano direttamente utili al miglioramento di qualcuno, a una buona causa, bene, ma la loro vocazione e il loro valore assoluto è la ricerca. L’arte non è utile, è necessaria. Per tornare al titolo della canzone, la vera responsabilità che sento a tutti i livelli non è essere utile, ma essere felice. Costruire un pezzetto di felicità, di bene, il bello. 

Ogni volta che entriamo in uno stato di crisi (penso all’11 settembre e alla crisi economica del 2008), si crede che tutto cambi.  Anche per te è così? Cosa ti ha insegnato questa vicenda?

Credo che la crisi arrivi perché il sistema in cui vivevamo non funziona o non funziona più. Ora è stata la volta del virus, ma il virus è solo la causa occasionale, quella che ha fatto scoppiare situazioni già insostenibili da prima. La sanità e gli investimenti sempre più ridotti a favore di altri interessi, la visione del lavoro ancora vecchia per cui è difficile sia in senso tecnico che psicologico essere flessibili e lavorare da casa (il lavoratore è ancora visto come un subordinato da controllare da vicino, e se gli si dessero invece più libertà e responsabilità?), la famiglia (qualsiasi nucleo) che non viene sostenuta (a me sembra naturale che i genitori stiano molto tempo con i figli, ognuno secondo la sua indole e scelta. Quello che non è naturale e che porta problemi è che oltre a stare con i figli devono lavorare full-time e hanno tutto sulle loro spalle, per forza nascono nervosismi e crisi). E spostandoci sul piano esistenziale, questa situazione ha portato a galla il fatto che non sappiamo più accettare e affrontare la morte, la vecchiaia e la malattia come fenomeni naturali (come se la vita e la salute ci fossero dovute), che il lavoro e le corse quotidiane sono spesso un modo per fuggire l’uno dall’altro nelle relazioni e da noi stessi. La solitudine ci terrorizza. Ci sarà sempre un virus, una catastrofe, una guerra, una malattia nuova, ci sono sempre state. Io credo che tutto intorno cambi davvero, ma noi sapremo cambiare?

In questo momento in cui tutti sono concordi sul distanziamento, quale futuro lavorativo si prospetta?

Onestamente faccio fatica a immaginarmelo. Nel caso della musica la vicinanza col pubblico, lo scambio diretto è quello che rende un concerto un’esperienza unica e insostituibile. Lo sforzo sarà trovare un nuovo modo di essere vicini, di arrivare alle persone, di comunicare. Ma ci sarà un modo nuovo. 

Marta ci racconta cosa aveva in preparazione prima che la situazione precipitasse: “Stavo lavorando a un progetto live, in trio, chitarra, contrabbasso e violoncello e a uno spettacolo con un collettivo di donne artiste di Bruxelles, In Her Skin. La calma obbligata mi ha riportato a leggere, scrivere e riflettere, tutte cose che nello scorrere “normale” delle cose è fin troppo facile perdere di vista. Nonostante la difficoltà del momento devo ammettere che mi sto godendo la possibilità di fermarmi, ne avevo bisogno”. 

“Grano” contiene otto canzoni nate nel corso di un lungo periodo di crescita personale fatto di viaggi in giro per l’Europa; la nona traccia invece, è un canto tradizionale andino, “Ojos azules”. Al disco della cantautrice di Recanati hanno collaborato ottimi musicisti: Stefano Cabrera (violoncello), Tina Omerzo (pianoforte), Pietro Martinelli (contrabbasso) Lorenzo Bergamino (batteria), Maria Pierantoni Giua (voce e chitarra) Edmondo Romano (chalumeau) e Armando Corsi (chitarra). L’album è stato arrangiato e prodotto da Raffaele Abbate per la OrangeHomeRecords (Leivi – Genova).

N.C.

Stampa

Nikla

The author didnt add any Information to his profile yet