Il segno urbano di Morden Gore

di Matteo Guidolin

Visitando il sito di Morden Gore, giovane e interessantissimo esponente della street art italiana, la frase con cui si presenta è : “Un artista smette di essere tale nel momento in cui crede di esserlo”. E’ forse in questa sua affermazione che si racchiude molto della sua poetica, fatta di immagini prima che di parole, di emozioni suscitate ancor prima di essere raccontate. Ho il piacere di poterlo intervistare e spero di poter raccontare un po’ dell’uomo dietro le bellissime opere che potete trovare in diversi luoghi nel maceratese e non solo.

Visitando il tuo sito (www.mordengore.com) si trovano moltissime foto e video delle tue opere ma le notizie riguardanti la tua biografia sono un po’ criptiche. Ci vuoi raccontare qualcosa di te e di come nasce la tua passione per la street art?

Ho sempre dipinto in clandestinità. Trovo che dipingere la propria città, integrando i propri disegni al contesto, immaginando che sia una grande tela tridimensionale, dia sensazioni uniche e risultati a volte strabilianti. C’è poi la speranza che la gente rimanga stupita e colpita dalla tua creazione che il giorno prima non c’era. Capisco che è una forma d’arte aggressiva, ma non lo è ancora di più la cementificazione, l’abusivismo edilizio, i manifesti elettorali appesi senza regole, le tante brutture che siamo costretti a vedere e vivere ogni giorno? Cerco di abbellire proprio queste brutture. Se qualcuno scrive nei palazzi storici non è un writer. Abbiamo delle regole non scritte ma che rispettiamo. Il mio motto è ” un artista smette di essere tale nel momento in cui crede di esserlo”. Questo perchè voglio conservare la naturalezza del bambino che prende il pennarello e scrive sui muri di casa, sul divano, sui vetri e sulle tende. Fondamentalmente è quello che faccio ancora a 37 anni!

Curiosando tra le tue opere si trovano lavori molto eterogenei per dimensione, tema e realizzazione. C’è però sempre la sensazione che ci sia un filo conduttore che in qualche modo lega il tuo modo di rappresentare i soggetti che scegli. Cosa ci puoi dire in proposito?

Le rivolte avvenute quasi all’unisono nell’africa del nord, la caparbietà delle donne africane e mediorientali, sono le tematiche che oggi mi spingono a creare. L’uomo è costantemente in guerra, a volte vera, reale, devastante, altre volte mentale, metafisica, cercata. Ha bisogno della guerra per colmare il vuoto che si crea per mancanza d’amore. Solo la donna può colmare questo vuoto, scendendo anch’essa in guerra, lottando per cambiare le costrizioni a cui è sottoposta. Sognando una nuova primavera, una nuova alba, un nuovo mondo. Ho voluto omaggiare quella parte di donne a cui è affidata questa sfida. Donne arabe e africane, colte nello sguardo più sognante e combattivo da cui traspare la consapevolezza della rivoluzione come unica arma di cambiamento culturale. Rivoluzione come arma d’istruzione.

Una delle cose che più mi ha colpito è il fatto che le opere che realizzi rimangono spesso consegnate ad un luogo ed alle persone che lo visiteranno. Nel momento in cui crei un’opera quali sono gli elementi che ti guidano nella sua ideazione?

Rimanendo fedele alle mie tematiche studio l’architettura e la superficie da dipingere e sviluppo il disegno su di essa. Senza essere troppo criptico, perché credo che un’opera pubblica debba soddisfare prima di tutto una richiesta di leggibilità, in modo che l’osservatore anche se non possiede gli strumenti giusti, non la accetti solo per gusto estetico, ma possa capirne il significato. C’è comunque bisogno di un impegno da parte del passante, si deve instaurare una relazione tra il pezzo sul muro e chi lo osserva. E spero che ciò avvenga.

Nel panorama italiano come ti collochi tra gli artisti di street art e graffiti? C’è una scena o corrente di riferimento o si guarda a similari contesti all’estero?

C’è una guerriglia concettuale tra writers e street artists, i primi sono quelli che girano di notte segnando i propri nomi concentrandosi sull’evoluzione della lettera e sulla “pericolosità” del posto dipinto, mentre i secondi agiscono in luoghi autorizzati, concentrandosi sull’estetica e sul significato delle proprie raffigurazioni. Io credo di collocarmi in mezzo, anche se negli ultimi anni il tempo per preparare i lavori di street art e la conseguente realizzazione è aumentato vorticosamente.

Hai alle spalle diverse esperienze, festival, contest e progetti. Tra questi ce n’è qualcuno che ti lega a un ricordo particolare o che ha lasciato in te una emozione che vuoi condividere con i nostri lettori?

Ogni volta che vado a dipingere in un’altra città, che mi chiamino per qualche festival o vada per contatti che mi sono creato negli anni, ci sono sempre aneddoti da raccontare, perché sei in strada, a contatto con la gente che si interessa a quello che fai, ti fa i complimenti, magari ti offre un caffè, altre volte ti critica . In sardegna quest’estate ad esempio si scatenò una forte discussione sul tema dell’accoglienza. Si erano formati due schieramenti, chi difendeva a spada tratta il mio disegno (una rivisitazione della Madonna Nera di Czestochowa dove raffiguravo una migrante con bambino) e chi invece inveiva non solo contro il disegno, quanto contro ciò che rappresentava (e contro me!) . E’ impressionante la facilità con cui una parte politica e i media che la appoggiano riescano a fare leva sulle persone indicando loro un falso nemico dove indirizzare il proprio odio e le proprie frustrazioni, distogliendo l’attenzione dalle sue vere cause e cioè il malaffare, la corruzione, il lavoro nero, gli appalti d’oro e gli stipendi d’oro, parentopoli e il clientelismo, le mafie, le tangenti. La guerra tra poveri che stiamo scatenando rischia di farci sprofondare e di ritornare a violenze quotidiane come negli anni di piombo.

I tuoi lavori denotano una grande abilità tecnica e un occhio acuto nel scegliere le prospettive che utilizzerai in relazione alla superficie di esecuzione. Questo spesso enfatizza e aumenta l’empatia dello spettatore nei confronti di quanto proponi. C’è una volontà di impegno sociale o comunque di arte finalizzata a trasmettere un messaggio che va oltre il visibile o è una mia impressione?

I giochi di prospettiva e gli anamorfismi mi hanno sempre affascinato. Riuscire ad unire queste tecniche con tematiche sociali spesso è difficile. Uno dei lavori di cui vado più orgoglioso è il sottopasso dei “Cancelli” a Macerata, dove delle grandi lettere fluttuano lungo 4 corridoi con lo stesso messaggio ripetuto in quattro lingue: Cancelli, non confini. quattro sono gli idiomi che esprimono lo stesso concetto: l’italiano, l’inglese, lo spagnolo e il cinese per affermare che i cancelli di una città non sono barriere o delimitazioni che circoscrivono un luogo, bensì strutture aperte a chiunque voglia vivere una città nel rispetto e nell’unione come esseri umani di un unico Paese.

Come ultima domanda ti chiedo quali sono i progetti futuri che hai e, se ce lo puoi dire, qual è e dove realizzerai la tua prossima opera?

Sto realizzando un bellissimo lavoro in una scuola elementare insieme a Federica Sbriccoli, un’architetta con cui ho collaborato in quest’occasione dove abbiamo giocato con le stagioni e con i prodotti tipici marchigiani. Poi dipingerò dei container a Pieve Torina, cercando di renderli più colorati. Ritornerò in Sardegna , ci sono molti muri che ho adocchiato e poi un festival a Treviso in ottobre. Insomma tanta carne al fuoco e tanta voglia di ricercare e sperimentare.

Grazie mille della tua disponibilità e delle interessanti e profonde riflessioni che hai condiviso con noi. In bocca al lupo per i progetti futuri e alla prossima opera!

 

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Nikla

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