Il ringraziamento di un ebreo alla città di Recanati

Intervista di Sergio Beccacece al Generale Terenzio Morena, vicerettore dell’UNIPER di Recanati, testimone diretto della vita di una famiglia ebrea che viveva a Recanati, negli anni ‘40 nel pieno delle leggi razziali.

Sergio Beccacece: Buonasera Generale, ci può dire che cosa ricorda a proposito?

Terenzio Morena: Noi eravamo a Recanati da poco e vivevamo al secondo piano in Vicolo delle Carceri ora Vicolo Moroncini. Questa famiglia veniva da Milano – ma ricordo che avevano delle proprietà anche in Toscana a Pitigliano – e alloggiarono al primo piano.

S.B.: Era una famiglia numerosa?

T.M: Si. Il capofamiglia era un ingegnere di nome Aldo Servi ed era un dirigente dell’impresa di costruzione dell’acquedotto pugliese, tant’è che l’unica figlia femmina la chiamò Apulia. Viveva con la moglie, la sorella della moglie e quattro di cinque figli perché uno di loro si trovava in America dove stava studiando l’ordigno atomico. Erano tutti laureati con interessi diversi che andavano dalla musica alla letteratura. Apulia era una professoressa che mi dava lezioni di inglese. Italo mi faceva lezioni di matematica. Seprio aveva una laurea tecnica e anche lui aveva un incarico importante. Il più grande dei figli si chiamava Alberto e aveva una laurea in economia e commercio. Essendo numerosi non c’era posto per dormire così gli uomini andavano a dormire in Vicolo Alemanni dove c’era un albergo.

S.B.: Come mai vennero a Recanati?

T.M.: Vennero a Recanati perché Alberto aveva rapporti con una società di trasporti recanatese i cui uffici erano ubicati vicino alla chiesa di San Filippo. Ricordo un certo Osimani, un certo Catraro che convinsero questa famiglia a venire qui.

S.B.: Ricorda degli episodi in particolare?

T.M.: Ricordo che venivano da noi a sentire la proibitissima Radio Londra e mezz’ora prima del coprifuoco andavano via con la torcia elettrica perché avevano molto paura di essere scoperti. Aldo Servi faceva affidamento su mio padre e andava spesso assieme a lui che era dell’ANAS. Mio padre aveva un distretto che andava da Loreto a Tolentino e controllava 10 – 12 cantonieri. Andava sempre in giro con la sua Motocicletta Guzzi 250, che poi i tedeschi ci sequestrarono, e la sua uniforme rendeva il suo aspetto molto importante. A chi chiedeva chi fosse il suo accompagnatore rispondeva “E’ con me” e questo bastava. Quando fu distrutto il Ponte Nuovo fecero una variante passando per il campo. L’ingegnere creò una bretella con una curva ragionevole per i camion. Un anno lui e mio padre comprarono il maiale insieme e, meticoloso com’era, controllava più volte con la bilancia l’esatto dosaggio. Mio padre si era affezionato a lui. In ogni momento rischiavano di essere deportati ma nessuno li denunciò anche se tutti sapevano. Erano persone di stile, erudite, educatissime. Io sono convinto che questa famiglia fosse autorizzata. Sia l’arma dei carabinieri, il Podestà, il comune anche i fascisti recanatesi, era impossibile che non sapessero. Non si muovevano mai perché avevano capito che Recanati era un territorio sicuro. Nonostante le leggi razziali, nessuno li denunciò.

S.B.: Le leggi razziali, fatte da Mussolini dietro pressione dall’ingombrante tedesco, furono una sciagura. Le dittature sono tutte da evitare, a tempo, non a tempo di qualsiasi coloritura. Nell’ambito di una storia antica, durante lo stata papalino finito nel 1860, gli ebrei non potevano commerciare non potevano avere rapporti sessuali con i cristiani – pena la morte, dovevano rimanere nel ghetto, dovevano portare il segno distintivo -prima rosso e poi giallo, dovevano assistere alle funzione del venerdì santo perché i cristiani cercavano di convertirli. Andavano in chiesa facendo finta di essere cattolici?

T.M.: Io ricordo che Italo, il più giovane, un Natale andò a fare il presepio e lui capì che il sacerdote aveva intuito che non fosse cattolico, ma tacque.

S.B.: Dopo la guerra vi siete sentiti?

T.M.: Ci siamo sentiti qualche volta poi ho perso ogni contatto, finché Valentino Grassetti figlio di Valerio, un loro amico, andò in America a trovare Italo. Valentino mi portò i suoi saluti e dopo questa visita, nel 2001, ho ricevuto una lettera. Ti leggo alcuni passi importanti:

“Sono passati decenni da quando fummo a Recanati in un periodo burrascos della nostra vita, per fortuna terminata felicemente grazie ai molti che ci hanno offerto rifugio, aiuto e amicizia nella vostra ospitale città (…) E’ vivo il ricordo di un giorno, verso Natale, quando noi due andammo in chiesa a costruire il presepio. C’era con noi un giovane sacerdote che aveva capito che battezzato non lo ero, ma mantenne il silenzio in merito dimostrando così la sua profonda carità cristiana. Ricordo bene i tuoi genitori. Tuo padre sviluppò un’amichevole relazione col mio, entrambi esperti nel campo dell’ingegneria civile. Ricordo tua madre come una signora brillante e assai espansiva (…) Ti prego di salutarmi la Torre del Passero Solitario”. Amavano Leopardi. Erano molto colti.

S.B.: Grazie Generale per questa tua testimonianza importantissima per la città di Recanati.

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Nikla

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