Il restauro del Messale Venieri: l’attribuzione

Giovanni Pagani, restauratore e direttore di “Recanati e Restauro”, in un post su Facebook ha pubblicato  le fasi del restauro del cosiddetto Messale 1470 Venieri. Come scrive nel post, “il lavoro del restauratore non si limita solo alle operazioni di ripristino del libro. Spesso diventa un vero e proprio lavoro di ricerca storica. Il Messale Venieri si sta rivelando un’interessante sfida in tal senso, oltre ad esserlo dal punto di vista proprio del restauro”, perciò chiede aiuto agli storici, in primis a Marco Moroni, affinchè “possano contribuire alla storia di questo messale che è sicuramente un pezzo della infinita bellezza di Recanati.”

Questo è il primo di una serie di post e riguarda l’attribuzione e la provenienza.

Perché Venieri? E a quale esponente della famiglia apparteneva? Qual è la sua provenienza? La risposta alla prima domanda si trova nel foglio 9 recto, l’incipit del messale. Esso presenta, infatti, in basso lo stemma della famiglia Venieri (uno scudo con tre fasce e tre stelle), inscritto in una corona di alloro retta da due putti. Tale stemma si trova, ad esempio, sulle colonne del porticato di palazzo Venieri. “A restringere il campo dei committenti ovviamente ci aiuta la datazione del messale: pur non trovandosi in esso indicazioni dirette della data di allestimento, siamo in grado, tuttavia, di ricavarla dalla presenza nella carta di guardia anteriore di una tavola del calendario lunare per gli anni dal 1470 al 1489 realizzata però successivamente all’allestimento del messale. Tale tavola e il problema della datazione saranno affrontati nel secondo post che intendo pubblicare. Per ora ci basti sapere che il messale risale a quel range di anni e che questo ci aiuta ad escludere i membri della famiglia Venieri deceduti prima di quella data.”

Foto di Giovanni Pagani

I Venieri sono una delle più importanti famiglie recanatesi. Originari di Venezia furono esponenti di punta del gruppo dei mercanti veneziani attivi a Recanati fin dal Duecento. I Venieri sono destinati a carriere di grande successo. L’apogeo della loro ascesa sociale lo raggiungeranno nel Quattrocento, quando diventano vescovi di Ragusa: Giacomo (1440-1460), al quale nei difficili anni dell’imminente caduta di Costantinopoli il papa ha affidato il comando della flotta pontificia, e Giovanni (1470-1490); ma soprattutto quando Anton Giacomo (1464-1479), prima vescovo di Siracusa e poi di Leon e di Cuenca, ottiene il cardinalato. Al culmine del suo potere il cardinale Venieri chiamerà l’architetto Giuliano da Maiano, allora attivo a Loreto, e si farà costruire quello che oggi è il più bel palazzo della città.[1] Secondo le fonti storiche consultate da Pagani, Memorie Istoriche della Città di Recanati del Padre Diego Calcagni, i Venieri in quel periodo vantano, tra gli esponenti, tre arcivescovi, un cardinale, un preposto della cattedrale di Recanati, nonché membri con incarichi nel governo della città.

Un aspetto che può, seppur indirettamente, concorrere ad un’attribuzione specifica è l’allestimento del messale. Pagani non ha dubbi nell’affermare che “siamo difronte ad un prodotto di elevatissima qualità: il messale è riccamente miniato, le pergamene utilizzate sono ragguardevoli sia per la scelta degli animali (agnelli), sia per la loro lavorazione, che le ha rese molto fini e sottili, tanto da rendere in alcuni casi difficile distinguere il lato pelo dal lato carne. Ancora la legatura, seppur attualmente in pessime condizioni, presenta elementi di notevole fattura: la decorazione del cuoio con motivi moreschi, i capitelli rinascimentali a chevrons, le bindelle ricavate da galloni ricamati, e la presenza, ormai appena accennata, di doratura e goffratura dei tagli. Una tale libro non era certo alla portata delle tasche di chiunque! Ma certamente era nello stile dei Venieri e in particolare in quello del Cardinal Anton Giacomo Venieri che fu Segretario Apostolico, poi inviato come pacificatore con piena autorità nelle Marche, poi Nunzio Apostolico in Spagna, Collettore in Portogallo, Ambasciatore di Enrico IV di Castiglia, inviato a Milano come pacificatore dei disordini sorti alla morte del Duca Francesco Sforza, solo per citarne alcune. Di lui si favoleggia l’eredità lasciata alla sua morte nel 1479: tra i 12.000 e i 20.000 scudi senza contare i beni mobili (per chi fosse curioso, il suo testamento è riportato dal Calcagni).”

Nato nel 1422 a Recanati da Antonio e da Criseide Condulmeri, discendente da una nobile famiglia di origine veneziana che aveva dimora a Montevolpino, il Venieri, dopo essersi dedicato alla vita militare, si era distinto ben presto fra i prelati romani per la sua erudizione e la sua profonda dottrina; Pio II, che ne apprezzava le doti di abile diplomatico pronto a servire gli interessi della Santa Sede, lo inviò come nunzio presso il re di Spagna nel 1460 con l’incarico di raccogliere i fondi per armare quella crociata contro i Turchi che il pontefice senese, scomparso nel 1464, non poté mai veder realizzata. Durante questo soggiorno spagnolo, il Venieri seppe conquistarsi la stima del sovrano che lo nominò suo ambasciatore presso il nuovo pontefice, Paolo II; la carica comportava, oltreché un grande prestigio personale, anche notevoli vantaggi economici. Nella Roma del tempo, prima con Paolo II poi dal 1471 con Sisto IV andava sviluppandosi un intenso mecenatismo artistico che faceva convergere nell’Urbe artisti da tutte le regioni d’Italia; soprattutto gli architetti, i pittori e gli scultori toscani, insieme con umbri ed emiliani, trovarono molte occasioni di lavoro. A questo fervore di iniziative non rimase insensibile il Venieri che, appena elevato alla porpora, volle dare inizio a Recanati alla costruzione di una nuova residenza conveniente al suo rango, i cui lavori cominciano nel 1473, avvalendosi egli pure di un architetto toscano, Giuliano da Maiano. Quando il 7 maggio 1473 il recanatese Jacopo Antonio Venieri veniva innalzato da Sisto IV alla dignità cardinalizia, non pochi esponenti della curia romana manifestarono il loro disappunto, poiché il carattere intrepido ed autoritario del neo porporato già lo aveva reso sgradevole a molti; era a tutti noto inoltre che il Venieri amava circondarsi di un lusso principesco e conduceva una vita assai dispendiosa, resa possibile dall’ appoggio del re di Spagna che non mancava di ricompensarlo per i suoi servigi con laute elargizioni.[2] 

Da questi dati Pagani individua nel cardinal Venieri il candidato numero uno a cui attribuire la commissione del messale, anche se è consapevole di non poter averne la certezza. Riprende così lo stemma familiare del messale: “sappiamo che già dal XIII secolo era consuetudine per i cardinali “timbrare” il loro scudo con un cappello di rosso, ornato di cordoni e nappe dello stesso colore e che se possedevano già uno scudo di famiglia, continuavano ad usarlo (cfr. araldica ecclesiastica). Con questo non voglio dire che la mancanza del cappello cardinalizio nello stemma del manoscritto sia di impedimento ad attribuirlo al Cardinal Venieri, anche se lascia aperta l’ipotesi di un altro committente della famiglia. In realtà tale mancanza ci interessa perché ha incidenza sulla datazione del messale: Anton Giacomo fu creato cardinale nel 1473 da papa Sisto IV. Se torniamo alla tavola lunare già citata, che ci forniva tuttavia un range di 19 anni, la mancanza delle insegne cardinalizie nelle stemma sarebbe in linea con la datazione al 1470 del messale (per le considerazioni sulla tavola dovrete attendere il prossimo post…). Tuttavia lo stemma del manoscritto reca dietro lo scudo una croce che potrebbe essere vescovile. Se così fosse avvalorerebbe la tesi della commissione da parte di Anton Giacomo prima della sua elevazione a cardinale.”

Ed ora la provenienza del messale che, come sostiene Pagani, va intesa sotto un duplice aspetto: del luogo fisico recanatese da cui proviene ed è plausibilmente giunto fino a noi (da palazzo Benedettucci? Dalla Cattedrale? Dalla chiesa S. Maria di Castelnuovo il cui Arcivescovo Giacomo Venieri, zio del cardinale, aveva fatto costruire la propria tomba?) e del luogo in cui è stato materialmente realizzato.

“Se dunque ipotizziamo come committente il Cardinal Venieri, riesaminando i riferimenti storici della sua vita in quegli anni, facciamo fatica a trovare una collocazione spaziale certa del messale. Infatti il Calcagni ci dice che: per quanto riguarda Palazzo Benedettucci, i suoi lavori cominciarono nel 1473 ma egli nó potè condurlo totalméte à fine impedito dalla morte (op. cit), anche se sappiamo che almeno dal 1476, anno in cui i cittadini di Recanati fecero istanza al pontefice per averlo come loro Pastore, egli risiedette a Recanati dove tre anni più tardi morì. La prima data subito precedente gli anni settanta che il Calcagni cita è il 1466, quando Papa Paolo II lo invia a Milano come pacificatore dei disordini sorti alla morte del Duca Francesco Sforza. La cosa più plausibile dunque, nel caso in cui volessimo attribuire il messale alla committenza del Cardinal Venieri, è che esso facesse parte di quella straordinaria eredità da lui lasciata. Anche qui si aprono diverse possibilità: se infatti, nel testamento si legge che lasciò al fratello Luciano molti suoi beni tra cui la cura della cappella di famiglia a S. Maria di Castelnuovo, e tra essi potremmo ipotizzare il messale, sappiamo anche che Palazzo Venieri, luogo alternativo in cui poteva trovarsi il messale, fu invece riscattato nel 1480 dal cugino Giovanni, Arcivescovo di Ragusa.”

Per sapere del luogo in cui è stato materialmente realizzato, che molto probabilmente non è Recanati, bisogna aspettare il prossimo post su FB.  Restiamo in attesa.

 

[1] Marco Moroni, Recanati in età medievale,Andrea Livi editore, Fermo, 2018

[2] http://web.tiscali.it/liceorecanati-wolit/testiven/venieri.htm

N.C.

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Nikla

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