Il mondo di Gabriella Mingardi

PORTO RECANATI. All’incrocio tra Viale Europa e Viale Kennedy, a poca distanza dal mare, si trova la villa dove ha vissuto l’artista Gabriella Mingardi e la sua famiglia. Di questa casa Gabriella ha curato ogni cosa, ogni dettaglio: dalla struttura, ideata con l’architetta Adriana Conti e adattata alle esigenze familiari, all’arredamento fino alla cura del giardino e delle piante. La costruzione risale agli anni ’70, quando il borgo marinaro era già diventato località turistica, l’Hotel House non era considerato un “eco-mostro” ma un’opera avveniristica con appartamenti di lusso, ideali per una piacevole vacanza, la discoteca Green Leaves s’imponeva come luogo di culto attirando clienti e vip provenienti da tutta Italia e l’ex magazzino della Montecatini attribuito a Pierluigi Nervi non era un reperto di archeologia industriale.

La villa all’esterno si differenzia dalle altre abitazioni vicine, più squadrate e anonime, con volumi che s’intersecano in una sequenza ritmica dall’aspetto spigoloso e non convenzionale, completa di un balcone che gira intorno alla casa come un anello al dito.  In basso la zoccolatura di mattoni irregolari grigi è accostata all’intonaco bianco delle facciate con l’integrazione di rivestiti lignei che impreziosiscono l’abitazione, come i corrimani e balaustre. La composizione di pieni e vuoti con le piccole finestre romboidali valorizza lo scorcio che si affaccia su Viale Europa, ingresso della villa.

L’abitazione comprende lo studio medico del dott. Pio Senigagliesi e l’atelier d’arte della signora Gabriella. Una coppia bellissima.

Dopo aver varcato il cancello si viene accolti da uno splendido giardino, un luogo incantato dove le varietà di piante, arbusti, cespugli e rampicanti, creano abbinamenti vivaci generando angoli ad effetto sorpresa. Ettore Silva, lo scrittore-architetto di paesaggio che introdusse la figura dell’artista giardiniere, lo avrebbe definito un giardino “pittorico”.
Immaginiamo l’artista mentre pianta qualche fiore inseguendo la propria utopia bucolica attraverso l’infinita mutevolezza dalla natura, per riuscire a condurre la propria pittura verso l’informale. 

Entrare in una casa d’artista è sempre un’esperienza appassionante. Ci s’inserisce nella sfera privata e nell’intimità di un vissuto, penetrando nell’ordine degli spazi. La casa di Gabriella Mingardi ci parla di lei, della sua soggettività e dei suoi gusti, ed è forse il suo autoritratto più autentico. La scelta dei mobili, degli oggetti, la loro sistemazione, la realizzazione di alcuni di essi (ad esempio il magnifico guardaroba rosso decorato con ogni sorta di adesivi), sono espressioni di dinamiche interiori e culturali dettate da un’attenzione particolare alle qualità estetiche e funzionali con cui creare un particolare “clima luminoso“.
Il suo legame con la natura è fondamentale. Mentre il verde del giardino entra dalle vetrate in continuo dialogo con gli interni, lo sguardo si perde nella lettura dei particolari.

Ogni stanza sembra una wunderkammer, dove gli spazi vuoti sono quasi inesistenti: collezioni di conchiglie, ricci, sassi, coralli, quarzi…Fotografie, ricordi, composizioni di fiori secchi, ceramiche antiche. Raccogliere e collezionare sono delle facoltà creatrici che elaborano combinazioni complesse, utili per raggiungere un ideale di completezza e perfezione. E infine i suoi quadri, scelti, incorniciati da lei stessa e appesi secondo un suo schema.

Nella foto al centro il Trofeo Biennale di Venezia per la pittura 1983

Ma il vero cuore della casa è la mansarda. Qui Gabriella dipingeva, disegnava, progettava.  Ci sono i colori e la tavolozza sui ripiani del cavalletto, i pennelli, vari arnesi e materiali utili per creare le sue opere, alcuni premi seminascosti tra i numerosi libri e la sua sedia con il grembiule appoggiato sullo schienale come se si fosse appena allontanata.
Questa casa non diventerà un museo, non sarà sottoposta ad una forzata conservazione e sopravvivenza nel contesto museale. Sarà qualcosa da “dimenticare a memoria” direbbe il gallerista Pio Monti, e per questo il suo valore rimarrà nella storia.

Gabriella Mingardi se n’è andata lo scorso anno all’età di 83 anni. Nata ad Anzola dell’Emilia (BO) inizia a dipingere nel 1975 come autodidatta. Dopo aver frequentato per alcuni anni la Scuola del Nudo presso l’Accademia Belle Arti di Macerata matura il suo linguaggio artistico dove il corpo, soprattutto quello femminile, diventa protagonista delle sue opere figurative. Nella serie “Dai Brunati ai Grigi” le figure tendono ad un certo primitivismo tendente alla purezza originaria. La donna è rappresentata con curve morbide e ondeggianti, talvolta sospesa in un fondo piatto e neutro in cui la linea prevale per evidenziare le masse; sono sagome de-saturate dal colore che sembrano scolpite nella cenere. Bloccate nel processo alchemico di purificazione sono in attesa di rinascere.
Accade diversamente nella serie “Il colore e la materia” dove il corpo si fa carne con pennellate sanguigne, pastose e grevi. È una lotta con la pittura per far emergere dal magma della sostanza pittorica, ricca e sontuosa, i soggetti dai contorni sfumati in cui il segno si dissolve.
La sua ricerca artistica diventa sempre più astratta. Nella serie “Espressionismo astratto” prevale l’automatismo del gesto liberatorio e spontaneo. La funzione espressiva e vibrante della materia supera la forma, diventando la vera protagonista dell’opera.
Le ultime opere total white sono pura luce. Ottenute per sottrazione e per sintesi, raggiungono un’inattesa leggerezza che coinvolge lo sguardo invitandolo a contemplare i dettagli per vedere altro e andare oltre.
Molto interessante l’opera avvolta in un cellophane, delicatissima, conservata come una reliquia, dove i materiali sono assemblati come le parole in una poesia; esempio di forte sensibilità che si traduce in raffinatezza nella visione di quello che era il suo mondo.

-Nikla Cingolani

Senza titolo, assemblaggio di materiali vari chiusi nel cellophane
Ascesa, acrilico su tavola, cm 50×60, esposto alla Triennale di Roma del 2017
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Nikla

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