Il mio ricordo di Don Giovanni Simonetti

Lo incontrai per la prima volta quando gli proposi di iniziare un corso di arte contemporanea all’UNIPER. Mi ricevette a Palazzo Venieri. All’epoca ricopriva la carica di rettore e la prima cosa che mi chiese non fu il mio curriculum come mi aspettavo, ma domandò: “perché proprio l’arte contemporanea?
Perché no?” risposi.
Mi sorrise fissandomi negli occhi e dopo una breve pausa, che mi sembrò non finire mai, mi consigliò di iniziare con un corso dedicato all’arte del XVIII secolo. Gli risposi che ci avrei pensato. Avrei preferito parlare dell’arte del XX secolo a partire da Duchamp, così rinunciai fino a quando dopo qualche anno il rettorato cambiò e al suo posto subentrò Aurora Mogetta. Il mio corso fu subito accettato ma quando fui in procinto di iniziare mi ritrovai a fare un passo indietro partendo dalla Rivoluzione Industriale. Come potevo pretendere di spiegare l’arte contemporanea senza le dovute premesse storiche così importanti per capirla?
Don Giovanni aveva ragione e io non lo avevo capito.

Qualche anno dopo, precisamente il 18 ottobre 2013, ci ritrovammo per caso nella chiesa di Sant’Agostino mentre stavo fotografando alcune pale d’altare. Si avvicinò molto rispettosamente e disse: “Tu che ti occupi di arte potresti fotografare anche la balaustra e gli affreschi nella chiesa dell’Assunta? La mia vista non mi consente di vederli, così in foto posso guardarli da vicino.” Mi parlò anche di una pittura raffigurante la Madonna di Loreto con la scritta “Ho cercato una casa e qui l’ho trovata” situato nella camera mortuaria dell’IRCER. Poi con rammarico raccontò degli affreschi della cupola di Sant’Agostino non più accessibili. Disse di aver fatto richiesta più di una volta al Comune di una scala per controllare il loro stato, ma nulla di fatto. Gli chiesi se potevo registrare questa sua dichiarazione. Acconsentì con molto piacere. Mentre lo ringraziavo il suo pensiero fu per l’allora funzionario della Soprintendenza di Urbino: “Salutami Barucca!”
Non ho mai pubblicato questa brevissima registrazione ma ora credo sia giunto il momento di condividerla per chi voglia ascoltare la sua voce.
Prima di salutarci mi chiese di ripetere il mio nome.
Nikla Cingolani
Nikla, che cosa ha vinto? La battaglia di Lepanto?” (in greco significa “donna vittoriosa”). Ridemmo. La sua era un’ironia sottile e intelligente, carica di saggia leggerezza.
No –risposi – Non ho vinto niente, anzi, ho perso la testa!” pensando alla statua della Nike di Samotracia del Louvre. 
E Lui: “Sì, ma puoi volare. Ti sono rimaste le ali.”

-Nikla Cingolani

Foto di Copertina e video tratta da https://chiostrosantagostino.it/il-ricordo-di-don-giovanni-e-sempre-vivo/

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Nikla

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