I primi massacri degli Armeni in Turchia e l’Opera Pia degli orfani armeni a Recanati

Quando si parla di “vicenda armena” siamo soliti pensare al terribile genocidio legato alla Prima Guerra Mondiale. Questa storia è precedente al massacro del 1915 perché in realtà stragi di armeni c’erano già state in precedenza, in particolare negli anni 1894-1895.

Come racconta il prof. Marco Moroni dell’Università Politecnica delle Marche, si tratta di un episodio emerso casualmente, ma noto ad alcuni recanatesi soprattutto alla famiglia del maestro Bravi imparentata con Don Mariano Bravi Pennesi, uno dei protagonisti di questa vicenda. L’interesse è iniziato dopo essersi imbattuto in alcuni documenti trovati nella Biblioteca Benedettucci e successivamente nell’archivio della famiglia Bravi. La storia è stata presentata in un convegno di studi maceratesi nel novembre 2015 ed ora ripresa nella lezione del corso Storie e Personaggi Recanatesi del dott. Sergio Beccacece dell’UNIPER.

Durante la prima fase dello sterminio del Popolo Armeno da parte dei Turchi, il papa (Leone XIII) decise di invitare i cattolici a prestare attenzione agli armeni, in particolare agli orfani provenienti dalle regioni turche. Dietro il monito del papa, nel 1896 Mons. Pietro Podaliri e Don Mariano Bravi Pennesi fondano a Recanati l’Opera Pia degli orfani armeni, prestando aiuto a una ventina di bambini e bambine dagli 8 ai 10 anni. Il loro obiettivo è di aiutarli e di allevarli con una cultura in lingua armena e italiana. Per questo vengono chiamati un direttore e una direttrice armeni consigliati dai sacerdoti dell’isola di S. Lazzaro degli Armeni a Venezia, dove la Congrega dei padri Mekhitaristi è presente fin dal 1700.

Per gestire questa importante iniziativa e cercare dei finanziamenti, i due religiosi scrivono al papa, alla regina e ottengono l’aiuto della principessa Anna Borghese che da Roma s’impegna a sostenere economicamente l’educazione di almeno una decina di bambini. Gli altri saranno sostenuti da associazioni armene con finanziamenti anche di privati, che giungono dall’estero.

Man mano che i bambini crescono c’è l’esigenza di trovare dei locali adeguati dove impiantare un laboratorio per insegnare loro un mestiere: sarte le bambine, falegnami e calzolai i bambini. I locali inizialmente vengono individuati nella zona di San Francesco poi Don Mariano, avendo cognizioni di carattere giuridico, riesce ad acquistare un edificio nella piazza del comune di proprietà della Congregazione di Carità di cui faceva parte.

Il dato importante è che la missione dei due religiosi viene portata a termine fino a quando i ragazzi raggiungono la maggiore età. Solo con una decina di loro hanno problemi perché la principessa Anna Borghese, pensando che la maggiore età cominciasse a 14 anni, interrompe il sostegno.

I ragazzi, una volta terminato il loro percorso educativo, alcuni ritornano in Turchia, altri raggiungono i parenti in Inghilterra, in Francia, in America. Con la morte di Don Mariano la vicenda finisce, ma in un modo commovente: due ragazzi, Angela e Giuseppe, in rappresentanza di tutti gli orfani, arrivano a Recanati per l’ultimo saluto a Don Mariano portando un ricordo marmoreo quale segno di gratitudine perenne verso colui che ha accolto ed educato tutti loro. Sulla lapide la scritta “All’arciprete Don Mariano Bravi Pennesi gli orfani armeni da lui con cuore di padre raccolti, beneficati e protetti, anno 1921.

La lapide è stata sostituita nel 1993 quando la figlia di uno di questi orfani, che aveva mantenuto i contatti con Recanati, convince l’amministrazione a ricordare la figura di Don Mariano. In quell’occasione si organizzò una cerimonia dove si ritrovano altri orfani invitati negli istituti di cura e ricovero a Recanati. Ci fu anche una funzione religiosa alla quale partecipano anche Angela e Giuseppe. Nella lezione tenuta nel corso del dott. Beccacece, due allieve ricordano di aver partecipato a quella messa e di essersi commosse quando i due armeni cantarono il Padre Nostro nella loro lingua.

La storia lascia altre due tracce.

La prima nel 1898 in occasione delle celebrazioni leopardiane quando su iniziativa del canonico Cantabene si traducono e si pubblicano i Canti di Leopardi in armeno. Una copia la possiamo trovare al Centro Nazionale Studi Leopardiani. La seconda traccia la troviamo nella Biblioteca Benedettucci, dove si conserva una moltitudine di libri in armeno adoperati dalla scuola legata all’orfanatrofio. Poiché nelle Marche non ci sono biblioteche che possiedono libri del genere, con l’aiuto di chi conosce la lingua armena si potrebbe valorizzare quel fondo che rappresenta il lascito di Don Mariano e Mons. Podaliri.

In confronto ai grandi eventi del 900 questa è una piccola storia ma grande negli intenti, perché ancora una volta si evidenzia la grande propensione e generosità dei recanatesi verso i popoli oppressi e perseguitati come è successo anni dopo, durante il nazifascismo, con le famiglie ebree.

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Nikla

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