Dantedì – “In mezzo mar siede un paese guasto”

Oggi 25 marzo ricorre i Dantedì, la prima giornata nazionale dedicata a celebrare il poeta ai tempi del coronavirus, siamo chiamati a leggere la Divina Commedia, il viaggio del Poeta nei tre regni ultraterreni metafora di un percorso di purificazione morale per ottenere la propria salvezza.

Aprendo il libro a caso de L’Inferno è capitato il Canto XIV – vv. 94-99. Qui sono puniti i bestemmiatori, usurai e sodomiti. Davanti a Dante si presenta un atroce spettacolo: un immenso deserto di sabbia spessa su cui piovono lentamente falde di fuoco. Incontra Capaneo incurante della pioggia infuocata, superbo e malvagio. Giunto presso un fiumiciattolo rosso, Dante chiede spiegazioni a Virgilio il quale racconta del monte Ita dove in una grotta vive il veglio di Creta:

“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’ elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida:
or è diserta come cosa vieta.

Nell’Inferno il paese guasto è Creta, una volta culla di civiltà ormai decaduta. Sotto il governo di re Saturno si svolse la favolosa età dell’oro, quando gli uomini erano innocenti, felici e non corrotti. L’isola in rovina, un tempo governata da Saturno, protegge nelle viscere del monte Ida il grande vecchio che alimenta i fiumi confluiti nel ghiaccio di Cocito con le sue lacrime.
Quella montagna “che già fu lieta / d’acqua e di fronde” è ora “diserta come cosa vieta”, è  terra desolata, regno dell’aridità e della solitudine. Poichè la desolazione equivale a impoverimento, ci si trova in una condizione crescente d’infelicità.

Ora però non è tempo di paragoni troppo facili con governi corrotti, crisi permanenti o disservizi; è tempo invece di trovare un senso in ogni momento, nella speranza di uscire da questa situazione stagnante e intravedere una futura luce.

N.C.

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Nikla

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