IL RAPPORTO TEFAF 2017

SULL’ANDAMENTO DEL MERCATO DELL’ARTE: PIU’ FATTURATO NELLE GALLERIE E MENO VENDITE NELLE ASTE.

di Giuseppe Compare

Come ogni anno (a partire dal 2002) The European Fine Art Foundation (TEFAF) pubblica, alla vigilia della fiera che si tiene nella città olandese di Maastricht, un’indagine sull’andamento del mercato dell’arte.

In estrema sintesi, potremmo dire che il mercato dell’arte nel 2016 si è mostrato solido e stabile con una crescita dell’1,7 % sul 2015 a quota 45 miliardi di dollari, risultato di un aumento di fatturato delle gallerie e dei dealer e una contrazione dell’intermediato delle case d’asta.

Il rapporto è stato redatto per la prima volta da quest’anno dalla professoressa Rachel Povnall che detiene la cattedra, intitolata proprio TEFAF Art, all’Università di Maastricht, sostituendo Claire McAndrew che lo aveva sempre redatto fino all’anno scorso. Il 22 marzo 2017 McAndrew ha pubblicato il primo Rapporto di Art Basel sul mercato dell’arte. Questa premessa sul cambio di guardia nella redazione del Rapporto TEFAF e nel conseguente cambio di metodologia è fondamentale per comprendere i risultati stessi proposti dal Rapporto.

Dopo anni in cui le case d’asta hanno occupato tutta l’attenzione degli addetti ai lavori, oltre che del grande pubblico (per via dei numerosi e spettacolari record registrati nelle piazze di New York e Londra), c’è stato un deciso cambio nell’intonazione del mercato con le gallerie e i dealer a spartirsi il 62,5 % del totale della torta, in aumento del 20 % rispetto al 2015, mentre le case d’asta arretrano del 18,75% con un market share del 37,5 % sul totale complessivo.

A livello di macro-aree il mercato delle aste ha subito un calo del 40% nelle Americhe (con gli Usa che registrano un vero tonfo – 41 %) con una quota di mercato del 27,5 %, l’Europa è al 31 % (con un calo forte del UK pari al 24 %) e infine l’Asia che guida la classifica col 40 % di fatturato complessivo (con la Cina che perde il 2,6 % rispetto al 2015 e una crescita fortissima dell’India a + 110 %). Tuttavia, il mercato cinese è di gran lunga il mercato più importante dell’Asia con il 90 % delle vendite in asta dell’intero continente. Africa e Oceania hanno una quota di mercato delle aste pari all’ 1 % del totale.

A livello di mercati nazionali le prime tre posizioni restano invariate rispetto al 2015: Stati Uniti hanno il 29,5 % delle vendite mondiali in asta, il Regno unito il 24 %, la Cina il 18 %.

E veniamo alle vendite di dealer e galleristi: il rapporto stima un incremento del mercato a doppia cifra sia in Cina che in Europa, dove l’incremento è del 20%. L’area europea guida la quota di mercato, poiché il 54% di tutte le gallerie del globo ha sede in Europa.

Ma come si giustifica questa resistenza oltre che avanzamento di gallerie e dealer?

La ragione più ovvia è da rinvenire nella fiducia che i compratori attribuiscono ai galleristi, alla natura confidenziale delle relazioni, al riparo dei titoli dei giornali per i risultati delle aste. Da un certo punto di vista, tuttavia, questa preferenza per le gallerie fa sì che il mercato resti molto più opaco rispetto alle vendite all’incanto, che sono pubbliche e i cui prezzi sono considerati trasparenti e ufficiali. Ciò non di meno ha a che fare con la natura stessa del mercato dell’arte che non è riducibile ad una piazza finanziaria, data la natura delle relazioni tra dealer e galleristi, da un lato, e collezionisti, investitori e compratori dall’altra, con buona pace di coloro che auspicano che nel mercato dell’arte sia tutto trasparente e verificabile. Naturalmente con questo non vogliamo negare che il mercato non abbia bisogno di regole e di trasparenza per impedire truffe, furti e deviazioni dalla condotta etica che, spesso, lo avvelenano e lo inquinano.

L’incremento medio del fatturato delle gallerie è stato del 24 % rispetto al 2015. Secondo il rapporto a beneficiare di più degli aumenti sono state le piccole gallerie, quelle senza dipendenti, che hanno chiuso il 2016 con un aumento del 50 %, più contenuto l’incremento di fatturato per le gallerie che hanno tra 1 e 4 dipendenti: la loro crescita è stata tra il 25 e il 28 %; bene anche le gallerie con un numero di dipendenti compreso tra 5 e 9, che hanno visto un incremento di fatturato pari al 55 %; infine, una crescita più contenuta per le grandi gallerie, quelle con più di 10 dipendenti, la cui crescita è del 10 % sul fatturato del 2015.

Naturalmente, se dal fatturato si passa alla profittabilità, ovvero a quanto resta dopo la copertura totale dei costi, il discorso cambia, perché tra le grandi gallerie il 43 % dichiara di fare profitti, il 18 % dichiara di essere in perdita, mentre il 39 % afferma di essere in pareggio. Se guardiamo alle piccole gallerie, soprattutto a quelle a conduzione personale, notiamo che il 27 % dichiara di essere in perdita, mentre il 20 % dichiara di aver raggiunto un pareggio sostanziale nella conduzione della propria attività.

Le fiere, e su questo non avevamo dubbi, rappresentano la piattaforma più importante che permette alle gallerie di realizzare il proprio fatturato, sia che esse abbiano una portata locale, sia che siano, invece, fiere grandi e globali sul modello di Art Basel o di Freeze London, tanto per intenderci più del 70% dei galleristi le ritiene fondamentali, non solo per la propria sopravvivenza in termini di fatturato, ma anche per aumentare i propri contatti e relazioni col mercato.

L’aumento delle vendite delle gallerie è andata di pari passo con un aumento delle vendita delle case d’asta nel settore delle private sales. Questi due elementi, combinati insieme, sembrano suggerire una modifica delle preferenze dei collezionisti e acquirenti verso forme di acquisto più riservate, privilegiando la trattativa diretta e informale rispetto all’acquisto in asta.

Se questa modifica nei canali di acquisto possa suggerire anche un cambiamento nei gusti, ovvero nelle tipologie di opere acquistate, è presto per dirlo. Tuttavia, non si può non notare che i nomi che avevano caratterizzato il boom delle aste negli anni passati, vale a dire Wharol, Picasso, Bacon, Modigliani ed altri, sono meno richiesti o quanto meno non compaiono più in asta capolavori capaci di scatenare i rilanci continui che hanno portato a record strabilianti nel 2013 e nel 2014. Anche perché si preferisce per l’appunto la vendita a trattativa privata.

In definitiva, secondo il Rapporto TEFAF il prezzo dell’impagabile, ovvero il prezzo dell’arte, è assicurato da un mercato stabile e in salute, dove fiducia e qualità sono le componenti fondamentali, i prerequisiti affinché tutto ciò possa continuare nel futuro. In altre parole è la credibilità del sistema, secondo il rapporto, a garantire l’ancoraggio dell’arte nel cuore delle nostre società sia dal punto di vista storico, sia da quello economico e sociale, perché l’arte è la vera meraviglia che ci accomuna come Specie.

Un parziale della traccia audio di Arte e Mercato del 27 marzo 2017 su  Radio Erre

Stampa

Nikla

The author didnt add any Information to his profile yet