A San Vito la mostra su L’infinito a cura del Circolo Filatelico Numismatico Recanatese

Fino al 31 agosto presso la chiesa di San Vito si potrà ammirare la mostra “L’INFINITO DI GIACOMO” organizzata dal Circolo Culturale Filatelico Numismatico Recanatese con il patrocinio del Comune di Recanati, in occasione dei 200 anni (1819 – 2019) dalla stesura dell’idillio scritto da Giacomo Leopardi e diventato una delle poesie più famose al mondo.
L’esposizione, inaugurata il 29 giugno (compleanno di Giacomo), offre al visitatore un percorso dedicato al grande Poeta tramite informazioni, foto, documenti, cartoline d’epoca e altro, completo di opere di artisti e fotografi recanatesi che con il loro contributo hanno reso la mostra più coinvolgente. Il taglio del nastro è spettato al Sindaco Antonio Bravi con l’Assessora alle Politiche Culturali Rita Soccio e dopo il saluto del presidente del Circolo Mauro Filipponi le autorità hanno dichiarato il loro riconoscimento verso il Circolo stesso per le proposte di qualità che ogni anno presentano. “Sicuramente sarà un successo perché, come sempre accade quando organizzate le mostre, anche questa sarà visitata da tante persone e turisti.” Ha esclamato il Sindaco. Molto gradita la presenza di Paolo Magagnini nei panni di Giacomo Leopardi che ha recitato L’infinito (nella foto di copertina di Giorgio Calvaresi).

In eventi importanti come questo Bicentenario la città di Recanati ha una visibilità che supera i confini regionali, perciò la voglia di partecipazione da parte di tutti gli operatori culturali si amplifica e, talvolta, l’aggregazione diventa un dato di fatto; è il caso del Circolo che, per una dinamica più creativa dell’incontro e della relazione, ha pensato di accogliere in questo progetto altre realtà come i fotografi del Fotocineclub e alcuni artisti recanatesi. La mostra si definisce così come un atto collettivo al quale partecipano diversi talenti, linguaggi e colori, per arrivare ad un “surplus” di conoscenza in cui convivono molteplicità linguistiche, con l’obiettivo comune di rappresentare una certa complessità, come complessa è la poesia di Leopardi.

E’ una mostra e contemporaneamente tante mostre.

L’infinito

Duecento anni fa, nella “tormentata quiete” di Recanati, Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 ‒Napoli, 1837) scrisse L’infinito, un canto d’ineffabile bellezza sulla potenza immaginativa del pensiero umano, della sua capacità di spingersi oltre le siepi e i muri, di esplorare regioni sconosciute dove proiettare la propria anima e lasciare traccia del proprio passaggio sulla Terra. Leopardi, poeta e filosofo fiero sostenitore del potenziale dell’umanità in lotta contro la natura, affronta l’immensità con eroico coraggio. L’indagine sull’infinito, strettamente legato al sentire dell’individuo, comincia in età romantica con la pittura di paesaggio che riflette lo stato emotivo dell’osservatore e del pittore. Anche Leopardi a modo suo fu romantico e s’inserisce in questo filone, basti pensare che la stesura è iniziata nel 1818, il medesimo anno in cui Caspar David Friedrich realizzò il “Viandante sul mare di nebbia” che qui in mostra è riprodotto in una stampa a inizio percorso.

Il filosofo Sergio Givone nel suo libro dal titolo “Sull’infinito” parte da questo dipinto per ripercorrere la storia di un pensiero. In un passo parla di come l’immagine – ogni immagine – porta dentro di sé l’infinito. L’immagine è un qualcosa di paradossale poiché è una totalità reale, una realtà di fatto pensata, e tuttavia irreale nell’attualità del tempo e dello spazio che non hanno confini e non hanno limiti. Il Wanderer (viandante dello spirito) di Friedrich è andato incontro all’infinito, lo ha raggiunto, vi si è confrontato. Che cosa fa lì su quella roccia, sopra quel mare di nebbia, come di fronte all’infinito, completamente assorto nella sua visione? Molto probabilmente sta meditando su come tradurre in immagine l’infinito. Ma il viandante non è un pittore. Se ne sta lì. In un atteggiamento contemplativo. Precisamente un atteggiamento che gli artisti vogliono superare. Vogliono fare un passo in più. Oltrepassare la contemplazione. Givone cita De Chirico perché per il grande metafisico l’artista non è un uomo di questo mondo, ma è un uomo che in questo mondo sta davanti alla tela per dipinge le cose che appaiono ad esso dotate di una stupefacente nettezza di profilo, di cui solo lui sa come coglierle nella loro misteriosa verità.

Naufragare nell’immenso, in fondo, è la missione dell’arte che da secoli accompagna il pensiero dell’umanità facendosi, come nei versi di Leopardi, pensiero essa stessa. Gli artisti sono esploratori ai quali, dopo aver esaurito tutte le loro forze, è apparso un nuovo mondo. Un infinito dentro all’infinito. Uno “sfinimento”, lo chiama Givone, perché deve essere uno sfinimento attraversare l’infinito se mai è possibile attraversarlo. Secondo il filosofo è questa l’esperienza che sono chiamati a fare gli artisti nei loro atelier e nel mondo.

La Mostra

La scelta di iniziare il percorso con il Wanderer di Friedrich porta ad immaginare di immedisimarsi nel viandante che scende dalla roccia e intraprende il percorso di scoperta segnato da alcune tappe importanti su cui è doverosa una sosta. Dopo la spiegazione di come è nato l’idillio e del luogo che lo ha ispirato, ovvero il Colle con la descrizione dei suoi cambiamenti negli anni, si arriva alla tappa della memoria storica di Recanati con la ceramica di Arturo Politi e il medaglione in bronzo dell’orafo Giacomo Braccialarghe. Il primo, artista tormentato e solo, è stato un enfant prodige della pittura. Dopo aver vinto un concorso nazionale a soli 15 anni che lo porta a Parigi, ritorna a Recanati e si dedica alla ceramica frequentando Rodolfo Ceccaroni. Il secondo un valentissimo orafo le cui mirabili incisioni su cristallo e su guscio di madreperla, gli procurarono lodi e onorificenze in tutte le mostre dove espose i suoi lavori.

Si procede lungo una collezione di cartoline dove l’immagine di Valeriano Trubbiani costringe a soffermarsi. Di Trubbiani, potente scrittore oltre che scultore, si ricordi l’installazione presentata nel 1987 a Recanati (dopo Milano nel 1970, Volterra nel 1973 e Ancona nel 1979). Dalla Torre Civica scendevano delle sculture a forma di uccello legate a delle grosse funi a simboleggiare l’impossibilità di volare e di conquistare la libertà. Giacomo Leopardi è una figura fondamentale nell’immaginario universale di Trubbiani, al grande recanatese dedica molte opere.

Si arriva al punto più panoramico con i mirabili scatti dei fotografai del Fotocineclub dotati di quel secondo sguardo che permette loro di entrare nello spazio metafisico del proprio mondo interiore. I loro occhi diventano specchio del mondo e il senso del limite si fa impulso verso una visione intima e profonda, dove guardare e scoprire altri fantastici aspetti.

E il viandante termina il suo viaggio davanti alle pitture, sculture e ceramiche degli artisti recanatesi, quasi una nostalgia del Gruppo degli artisti recanatesi di fine anni 50 che poi nel tempo si è sciolto e che ora con questa mostra sembra essersi ricomposto. Tutti loro hanno racchiuso nelle proprie forme o immagini ciò che non ha limiti. Nei loro quadri c’è sempre il rapporto nei confronti della natura intesa come organismo vivente di cui l’umanità, evocata o rappresentata in tutte le opere, ne è pienamente parte. In lei circola il flusso vitale, lo stesso che si trova nei loro lavori ma inteso piuttosto come slancio ed esigenza di creare.

“L’infinito di Giacomo” è una mostra colta ma popolare; strumento di ricerca e capace di raccontare storie; ricca di scoperte che obbligano alla riflessione; soprattutto non è noiosa e stimola l’attenzione e la curiosità di chiunque.

Nikla Cingolani

Foto di Paolo Farina

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Nikla

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