A Pesaro la mostra dedicata a Piranesi

Ai Musei Civici di palazzo Mosca, fino all’8 aprile la mostra su Giambattista Piranesi ne illustra la grande capacità creativa e la sua attenzione per il paesaggio.

Nel corso della sua carriera il grande artista Giambattista Piranesi, vedutista, archeologo, incisore, era soprattutto architetto. In questa professione ha costantemente mostrato di avere doti interpretative che andavano ben al di là dalla creazione di un edificio. L’architettura per Piranesi è più che altro un pensiero, una professione intellettuale. Di fatto, l’unica opera architettonica che ha realizzato fu l’intervento nel complesso di Santa Maria del Priorato dei Cavalieri dell’Ordine di Malta sull’Aventino, voluto dal cardinal Giovanbattista Rezzonico, nipote di Clemente XIII, il papa da cui ottenne importanti commissioni. A lui l’architetto dedicò alcune delle sue più famose incisioni e progettò gli arredi degli appartamenti del cardinale e dell’altro suo nipote il senatore Abbondio Rezzonico. “Giambattista Piranesi. Il sogno della classicità”, titolo della mostra, mette in luce l’amore per Roma, la città antica e sublime che farà la sua fortuna. Secondo Henri-Charles Puech, il classicismo di Piranesi, profondamente influenzato dall’architettura della Roma antica, anticipa la concezione tipica del Decadentismo: l’uomo, all’inizio dominato dalla natura, lo è ora dall’universo artificioso dell’arte.

Con le “Carceri” l’eccezionale serie di incisioni, si entra nel vivo della visionarietà dell’architetto e ci si perde nei vorticosi labirinti dove, come scrisse in un saggio Puech, tutto sfugge “alla proporzione umana”. Le prigioni, ispirate alle segrete di Castel Sant’Angelo e il Carcer Mamertinum, sono spazi smisurati dove Piranesi anticipa la poetica romantica del Sublime, il sentimento dell’artista che riflette sulla frammentarietà del soggetto e sull’infinità del mondo. La sua visione per frammenti del mondo antico anticipa il modo di pensare analitico e specialistico che sarà tipico dell’epoca successiva. Thomas De Quincey, in Confessioni di un Mangiatore d’oppio (1822) ricorda: “Molti anni fa, mentre guardavo le “Antichità di Roma” di Piranesi, Coleridge, che mi era accanto, mi descrisse una serie di tavole di quell’artista, chiamate Sogni, che rappresentano le visioni da lui avute nel delirio della febbre. Alcune di esse mostrano delle vaste sale gotiche: sul pavimento si vede ogni sorta di congegni e macchinari, ruote, cavi, pulegge, leve, catapulte, ecc, che danno l’idea di un’enorme forza impiegata per vincere una resistenza. Si vede una scala che corre lungo i muri, e su di essa sale faticosamente, a tentoni, lo stesso Piranesi: seguite la scala un po’ più in su e vedrete che termina improvvisamente, senza un parapetto, in modo che chi ne abbia raggiunto l’estremità, con un altro passo non può che precipitare giù nel vuoto. Qualunque sia la fine del povero Piranesi, voi pensate che almeno le sue fatiche debbano in qualche modo finire qui: ma alzate gli occhi, e vedrete una seconda scala che si inerpica ancor più in alto, e su di essa c’è di nuovo il Piranesi, ma questa volta proprio sull’orlo dell’abisso. Alzate di nuovo gli occhi e vedrete un’altra rampa di scale ancora più aerea: e di nuovo il povero Piranesi si affatica nella sua penosa salita: e sempre così, finchè le scale interrotte e il Piranesi si perdono entrambi lassù nel buio della sala. Allo stesso modo si formavano, crescevano senza fine e si riproducevano da sole le architetture dei miei sogni”. E’ una febbre dunque che genera il sogno di Piranesi? O forse la febbre è il fuoco generato da un’energia che non riesce a liberarsi del tutto e l’arte rappresenta l’unico sfogo per superare l’angoscia e il peso della realtà?

Si prosegue con le “Vedute di Roma” e “Antichità romane”, una selezione di immagini di monumenti antichi e ruderi classici, dove troviamo anche il suo autoritratto come fosse un reperto archeologico.

All’epoca del Grand Tour queste raccolte diventeranno un must per i collezionisti. Immaginate Goethe davanti alle vedute di Piranesi per prepararsi al viaggio verso la città eterna, e subirne il fascino visionario.

Le stampe piranesiane dialogano molto bene con le opere e le civiche raccolte il cui nucleo principale è costituito dal lascito ottocentesco della marchesa Vittoria Mosca. Sempre impressionante la Pala del Bellini nella sala omonima dove il busto in marmo bianco di Napoleone inizia il percorso, fino a procedere nella sala del Barocci con la famosa Annunciazione.

Il percorso si conclude con un video che propone ricreazioni 3D delle Carceri piranesiane realizzato da Gregoire Dupont dell’Atelier Factum Arte di Madrid, tramite procedimento stereolitografico. Il video è stato eccezionalmente concesso in prestito dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, proprietaria dell’edizione Piranesi Fréres delle incisioni, da cui è stato tratto.

Qui si entra nel vivo dei suoi Capricci mentre ci si inoltra in spazi giganteschi, costruiti con prospettive complesse, tra frammenti di antichità e grate, tra i vari saliscendi che danno una sensazione di vuoto allo stomaco, girando intorno a terrificanti macchinari in cui il carcerato si ritrova sottomesso agli apparecchi di tortura e alle macchine. Si rimane intrappolati nel segno grafico e nel suo chiaroscuro così profondo tanto da sentirsi a disagio mentre ci si abbandona all’infinito mentre si accende quell’impulso Sublime scatenato dalla congiunzione di piacere e terrore teorizzato da Burke.

 

 

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Nikla

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