A Castelnuovo una delle più belle opere di Felice Damiani

FELICE DAMIANI, l’artista eugubino molto attivo tra il 1581 e il 1609 soprattutto nel territorio del ducato di Urbino e in altri centri delle Marche e dell’Umbria, è stato definito dallo storico O. Lucarelli il Paolo Veronese dell’Umbria per la “vivacità dei colori, l’arte stupenda di ritrarre la natura, la ricchezza degli ornamenti e la grandiosità del comporre.Individuato come un tipico esponente della generazione tardomanieristica, la critica ancora non ha valutato pienamente la personalità di questo artista, nonostante la ricchezza di opere eseguite in vari periodi soprattutto per il territorio marchigiano. Il corpus dei dipinti sono noti solo attraverso segnalazioni delle guide locali e quasi ignorati anche dai più recenti studi sul manierismo nelle Marche. Nonostante anticipi delle novità luministiche e naturalistiche seicentesche, purtroppo il suo lavoro ancora non è stato studiato e apprezzato in modo meritevole.

Il “Martirio di San Paolo”, pala d’altare conservata nella chiesa di Santa Maria a Castelnuovo a Recanati, nelle “Biografie dei pittori” di Filippo De Boni è segnalata come una tra le sue più belle opere.

Felice Damiani, Decapitazione di San Paolo, Pala d’altare, olio su tela, cm. 189×126, 1586, chiesa Santa Maria di Castenuovo, Recanati

L’artista ha ambientato il fatto forse nel luogo dove è avvenuto il martirio, (la decollazione era la pena di morte dignitosa riservata ai cittadini romani) le Aquae Salvae, la valle poco a sud di Roma, probabilmente nell’anno 67 d.C. Il nome fu mutato in Tre Fontane, a motivo di un episodio descritto negli Atti di Pietro e Paolo (V secolo), secondo il quale al triplice rimbalzo sul terreno della testa dell’Apostolo sgorgarono tre sorgenti.  Qui sorge il complesso abbaziale delle Tre Fontane.

La figura di San Paolo è raffigurata in ginocchio, con gli occhi socchiusi e le mani giunte, mentre prega aspettando il martirio. Alle spalle del santo un gruppo di personaggi assistono al funesto evento. L’uomo al centro della scena, forse un magistrato, mostra una lunga e folta barba, ha le mani giunte e uno sguardo impietosito; indossa una tunica marrone con una mantellina rossa coprispalle arricchita di orlo arrotondato e dorato; in testa un copricapo verde. Dietro di lui le autorità civili in attesa dell’atto supremo; la Lettera ai Corinzi di Clemente Romano (fine I secolo) accenna al martirio di Paolo “davanti ai governanti”. Alcuni di loro guardano verso lo spettatore affinché sia coinvolto emotivamente nella storia. Ciò che colpisce e lascia una traccia della potenza espressiva dell’opera, è la drammatica tensione costruita dall’artista nella scena centrale, quella del martirio, enfatizzata del gesto del boia mentre, a torso nudo, impugna la mannaia e sta con le braccia in alto in attesa di eseguire l’ordine e sferzare il colpo mortale. Il suo sguardo, infatti, è rivolto verso il militare davanti al santo e di  spalle allo spettatore, vestito con elegante armatura ed elmo con pennacchio riccamente decorato; è appoggiato all’asta di uno stendardo rosso che si confonde con il mantello, probabilmente un paludamentum dello stesso colore, addossato sulla spalla. La mano sinistra poggia sul pomolo della daga in una fodera verde, che pende da due fibbie d’oro attaccate al centro della lorica in metallo. Ha il corpo possente e vigoroso, scolpito da muscoli “michelangioleschi” ed è raffigurato scalzo sul terreno sabbioso del luogo; che cosa vogliono comunicare i piedi nudi che non calzano nessun tipo di sandalo? Un particolare non di poco conto se pensiamo che l’imperatore Augusto, ritratto nella famosa statua detta “Augusto loricato” conservata nei Musei Vaticani, è rappresentato scalzo nello stesso modo dei maestri greci quando ritraevano tutti gli dei e gli eroi. Questa figura autoritaria è forse la più misteriosa tra tutti personaggi della scena. Che sia l’imperatore in persona? Secondo la tradizione cristiana Paolo morì in seguito ad un decreto di Nerone.

A sinistra in primo piano, sopra una pietra, dei manoscritti piegati ricordano le famose Lettere raccolte nel Nuovo Testamento e in basso a sinistra l’iscrizione Felix Damianus Eugubinus pingiebat MDLXXXVI.

L’artista preferisce immortalere l’attimo prima del sacrificio quando la tensione psicologica ha un impatto molto forte perchè anticipa la violenza che seguirà. Colpisce la squillante tavolozza cromatica “raffaellesca” esaltata dai toni freddi e aciduli e dai palpitanti effetti pittorici con improvvisi guizzi di luce sulla tunica rossa del santo e sulla tenda, che anticipano le future ricerche luministiche, e proiettano il Damiani verso l’ormai prossima generazione seicentesca, pur essendo ancora nell’età manieristica.

Felice Damiani (Gubbio, 1560 – 1608) probabilmente fu allievo di Benedetto Nucci, nato anch’egli a Gubbio, dal quale apprende lo stile “romano” iniziato nel 1520, anno della morte di Raffaello Sanzio. Il 1527, anno del Sacco di Roma, è causa della fuga dalla città dei discepoli del “divino pittore” i quali diffondono il nuovo stile cosiddetto Maniersmo in tutta la penisola, anche se l’autore principale della deviazione dell’arte figurativa dal Rinascimento al Manierismo fu certamente Michelangelo. L’arte del Damiani ha avuto influssi dall’area culturale dei ducato di Urbino e al governo della Marca, dove dominavano le correnti legate a Federico Barocci, Claudio Ridolfi e ai fratelli Taddeo e Federico Zuccari. Damiani è il pittore delle scene di martirio che alcuni Ordini come i Gesuiti, per i quali dipinse il S. Vito a Recanati con S. Modesto e S. Crescenza (D. Calcagni, Memorie Istoriche di Recanati), teorizzavano in chiave celebrativa. La sua adesione agli ideali “controriformati” nell’ambito dell’area culturale di stretto controllo papale nella regione del santuario di Loreto, è confermata anche dalla sua partecipazione, poco nota, in chiave di “pittore devoto”. Qui lavorò in stretto contatto con i pittori romani. Rilevante è l’attività svolta dal Damiani in questo periodo nella basilica, per la quale fu impegnato in diversi lavori tra il 1584 e il 1585, come risulta da documenti individuati da p. Floriano Grimaldi (Arch. stor. S. Casa, Libro Mastro F., 158485, c. 218) che attestano pagamenti della Santa Casa (notizie tratte da Dizionario Biografico Treccani).

N.C.

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Nikla

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