Colle dell’Infinito: cosa nascondono gli archi?

Il Colle dell’Infinito, uno dei luoghi più significativi e romantici di Recanati, appena rimesso a nuovo e inaugurato a maggio di quest’anno con un nuovo progetto di illuminazione intelligente per cui è stato chiamato un regista premio oscar come Dante Ferretti; con potature, alcune un tantino estreme, per creare percorsi panoramici da mozzafiato; con nuove staccionate di legno stile Pincio romano dove tra la collezione di busti commemorativi spicca quello di Giacomo Leopardi, potrebbe essere ancora rivoluzionato. Il condizionale è d’obbligo.

Secondo una recente ipotesi, presentata ieri in conferenza stampa presso il Centro Studi Leopardiani dal dott. Sergio Beccacece con l’arch. Claudio Agostinelli chiamato in veste di consulente, il Colle nasconderebbe qualche segreto che andrebbe svelato. Nelle strutture murarie, infatti, in alcuni tratti spuntano tracce di archi murati o interrati visibili soprattutto sulla sommità, dove svetta la lapide con l’incipit de L’infinito, una delle poesie leopardiane più famose. Sotto la scritta sono ben evidenti le chiavi di volta di 4 archi murati. Ovviamente non può trattarsi di una semplice decorazione; quindi qual è la loro funzione? A cosa erano legati? All’antico castello di Montemorello? Avevano funzione militare? Oppure erano legati alla chiesa antica di Santo Stefano?

Ho guardato e ho visto” ha esclamato Agostinelli “Tutti noi siamo passati qui molte volte io per primo. Ho vissuto questi luoghi con affetto e questo è un particolare che mi è sfuggito.” Le parole dell’architetto sono una giusta riflessione per ragionare sul fatto che troppo spesso, distratti dalla bellezza del luogo e dalle emozioni che può suscitare, si perdono dei dettagli importanti per approfondire la storia del luogo ad iniziare dal nome: Monte Tabor[1].

Tutta la ricerca inizia dalla richiesta di alcuni che chiesero al dot. Beccacece di risalire al vecchio nome del Colle. Non avendo notizie certe e non potendo soddisfare la domanda, ha deciso di ripercorre i viali del parco affinchè trovasse ispirazione da qualche particolare. Così, vedendo gli archi murati, ha iniziato a porsi le suddette domande e, rileggendo il libro di Franco Foschi “Memorie del monastero di Santo Stefano di Recanati, Ricordi e luoghi leopardiani”, ha trovato una citazione sul libro di memorie di Camilla Lazzarini, proveniente dalla biblioteca privata dei Conti Leopardi, scritto  nel 1609 dopo aver usufruito dei “documenti del monastero e quelli conservati nell’illustrissimo Palazzo Comunale di Recanati”. La Lazzarini era una suora entrata in convento nel 1570, trentacinque anni dopo l’apertura avvenuta nel 1535, e ha avuto la fortuna di conoscere le prime quattro suore entrate in questo monastero. In un passo scrive che fu nominato un eccellente architetto, Mastro Simone di Recanati, per costruire la nuova chiesa spostata di “due picche più avanti” rispetto a quella vecchia per lasciare un grande spazio circondato da logge, mentre in un’altra zona fu realizzato un orto.

L’ipotesi: gli archi apparterrebbero al chiostro delle suore di clausura

Secondo l’analisi visiva dell’architetto Agostinelli le varie differenze riguardanti la tessitura muraria, il tipo di mattone, la diversa colorazione e l’estroflessione di alcuni archi rispetto la parete, sono la prova delle due murature di diverse epoche. Lo stradello che porta al punto più alto del colle è postumo; tutti i percorsi sono rimaneggiati tranne le murature, tant’è che sono interrate.

Le chiavi sembrerebbero tutte allo stesso livello ma il dislivello dal Centro Studi fino alla sommità, non esclude che il piano di fondazione sia inclinato poiché si arriva ad uno sperone roccioso.  Secondo la sua spiegazione “Alcuni archi potevano essere stati aperti per locali di servizio, altri edificati come fondazionie da muro di contenimento con la funzione di sostenere le spinte.”  Un particolare importante è l’arco estradossato dal muro della stessa epoca dove poi si è innestata la nuova tessitura muraria. Le lunette interne sono state riempite successivamente e hanno un’incoerenza rispetto alla muratura precedente, tranne in alcuni casi dove potrebbe essere stata costruita con mattoni riciclati. Le tracce di uno sgocciolatoio stanno ad indicare la sommità di una struttura.

     

In un’altra zona la muratura è posta sul pietrame incoerente, non posticcio, con lo sperone rimasto attraverso le epoche che ha fatto da base per la sua consistenza. Si arriva sulla parte conosciuta, con il muretto fuori squadro rispetto al fronte a causa dei torrioni ad angolo acuto costruiti in tal modo per una maggior difesa.

Una curiosità: sopra un mattone Beccacece ha individuato l’incisione della parola “Teadicam”. “Adicam deriva dal latino”ha affermato Beccacece “adicio significa “io ti aggiungo”, tuttavia la scritta esatta sarebbe “adiciam”.

     

Lo sperone è rimasto come testimonianza ed è in linea con gli archi riempiti successivamente.

La chiave degli archi murati è lì come punto di riferimento. Cosa nascondono?

Anche l’Orto delle suore mostra un determinato dislivello. E’ stato rialzato? Il primo arco, visibile all’uscita del Centro studi, rispetto all’orto ha un livello molto inferiore “ed è quello più falso perché non ha la continuità; rimane soltanto segnato l’aspetto murario ma non ha la sua naturale composizione come gli altri. Proprio per questo motivo le due quote sono importanti da indagare.” Conclude Agostinelli.

Roberto Tanoni, tra i presenti alla conferenza stampa, si dice certo che il terreno dell’orto è terra di riporto. E’ un’ipotesi da valutare visto il terreno recanatese famoso per avere vari dislivelli. Due esempi sono le vie Ponte delle Cappuccine e San Michele a Ponticello chiamate così per il passaggio sopra un fossato poi interrato.

L’incontro termina con l’appello del dott. Beccacece rivolgendosi alle autorità: “Se è vero che all’epoca di Giacomo questi archi erano in vista e costituivano il loggiato delle suore, con poca spesa si potrebbero fare dei sondaggi e parziali scavi. Non possiamo certo distruggere tutto e ricostruire, ma spero che si provveda a riportare gli archi ai tempi di Leopardi.

Nikla Cingolani

[1] Sul nome dato al Monte Tabor e sulla data di attribuzione di questo nome Don Lauro Cingolani trovò una somiglianza con il Monte Tabor della Palestina perché il nostro Colle sta tra i monti e il mare, l’altro sta tra il Lago Tiberiade e la catena del Carmelo. Purtroppo non ci sono molte notizie ma certamente nel medioevo, soprattutto quando si espanse il cristianesimo, questo nome fu attribuito a molti luoghi. Nelle Alpi Cozie c’è un monte che si chiama con questo nome così come una città in Cecoslovacchia. Nel Catasto Gregoriano del 1817 questo monte era chiamato Taborre. “E’ curioso il fatto che fino agli anni 40 davanti al Sacello c’era una casa colonica abitata da una famiglia chiamata Taborro” continua Beccacece. Su questo luogo si sono scritte e dette molte cose. Una vecchia cartina riporta i tre castelli dai quali è nato il comune di Recanati. Quello di Montemorello si dice sia stato costruito sul monte Tabor. Si pensa anche che su  questo monte c’era un monastero delle Carmelitane. Dove ora c’è il monastero si trovava la chiesa di Santo Stefano. La prova è contenuta  in una Bolla di Innocenzio IV del 22 marzo 1249, dove parla di tuttte le chiese che facevano parte della diocesi di Recanati – nata nel 1240 – il papa annovera la chiesa di San Maroto e quella di Santo Stefano. C’è anche un cenno nell’Archivio segreto Vaticano riguardo alla chiesa di S. Stefano del 1299, sulle decime dalle varie parrocchie tra cui una fu pagata dalla suddetta chiesa.

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